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domenica 25 settembre 2011

Terzo meeting COFE - presso l'ITIS di Livorno





Un video - ricordo





I partecipanti al meeting in visita alle aule e ai laboratori dell'ITIS

sabato 24 settembre 2011

Il meeting sul Tirreno online

La notizia del "meeting"  di Scarabeus,
 riportata nelle pagine livornesi de IL TIRRENO.


lunedì 13 dicembre 2010

Legge 2020: qualche spunto per conciliazione e pari opportunità

Un piano strategico di azione per la conciliazione e le pari opportunità nell’accesso al lavoro.
Accanto alle politiche per la famiglia e alle politiche generali di modernizzazione del mercato del lavoro promosse dal Governo – decisive per sostenere la crescita e, con essa, la quantità e qualità della occupazione femminile – un piano strategico di azione per la conciliazione e le pari opportunità potrà ricondurre a un quadro unitario, e rendere maggiormente efficaci, una pletora di iniziative oggi frammentate tanto a livello istituzionale quanto a livello territoriale e aziendale.


Cinque sono le linee di azione che abbiamo individuato e che ci
proponiamo di implementare pragmaticamente, secondo una visione
integrata e con il concorso di tutti gli attori coinvolti, affidando il compito
di impulso, coordinamento e monitoraggio a una “cabina di pilotaggio” condivisa.

1) Il potenziamento dei servizi di assistenza per la prima infanzia e la sperimentazione dei buoni lavoro per la strutturazione dei servizi privati di cura e assistenza alla persona.
Lo sviluppo di un modello familiare che vede le donne più attive nel mondo del lavoro richiede di superare la disomogenea distribuzione territoriale dei servizi per la prima infanzia, promuovendo il
consolidamento e la diversificazione della offerta di asili e nidi anche presso le pubbliche amministrazioni e i luoghi di lavoro.

Per raggiungere l’obiettivo di una significativa e territorialmente omogenea diffusione dei servizi di cura e assistenza alla persona – a partire dai servizi per la prima infanzia – l’intervento pubblico, che compete peraltro al livello regionale, non pare sufficiente.
Sul radicamento di servizi di cura alla persona quantitativamente e qualitativamente adeguati incidono diversi fattori – legati, principalmente ai costi e alle modalità di utilizzo della forza lavoro – che ne fanno oggi una area deregolamentata ad alto tasso di lavoro nero e di informalità. L’impegno del Governo a favore del terzo settore e della cooperazione si muove nella direzione di un nuovo modello sociale aperto alla comunità e alla valorizzazione delle preziose esperienze già oggi avviate in molte aree del Paese in termini di crescita delle competenze professionali degli operatori del settore e di contrasto al lavoro informale. Per la strutturazione dei servizi di cura e assistenza alla persona riteniamo altresì decisivo investire sull’utilizzo di uno strumento agile come i buoni lavoro della legge Biagi, che uniscono semplicità gestionale dei rapporti di lavoro a una adeguata tutela previdenziale e assicurativa degli operatori del settore entro limiti prestabiliti di compensi con il singolo committente. I buoni lavoro potranno essere utilizzati per prestazioni occasionali di tipo accessorio e, in particolare, per l’avvio, in collaborazione con cooperative sociali e di servizio e associazioni del non profit, di nidi familiari con non più di cinque / sei bambini assistiti da personale che opera presso il proprio domicilio o in altro ambiente adeguato a offrire cure familiari.
In questa prospettiva ci proponiamo di avviare una prima sperimentazione dei “buoni infanzia” su base locale entro cui cercare di canalizzare – in una logica positiva di co-finanziamento – risorse locali tanto pubbliche che private. Le iniziative potranno essere incardinate nel programma di diffusione del lavoro accessorio di cui al PON 2007 – 2013. Con la collaborazione del Ministero della Istruzione, della Università e della Ricerca valuteremo inoltre la possibilità di avviare specifici corsi e percorsi di formazione e riqualificazione professionale per offrire alle famiglie un servizio di qualità e un costante aggiornamento degli operatori coinvolti. Nella medesima direzione è rivolto il Piano di interventi del Dipartimento per le Pari Opportunità a valere sulle risorse del Fondo per i diritti e le pari opportunità, pari a 40 milioni di euro, per favorire la conciliazione attraverso quattro linee di intervento: a) sperimentazione diffusa dei nuovi modelli di servizi di assistenza all’infanzia che consentano di innalzarne la disponibilità; b) sperimentazione dei buoni lavoro della legge Biagi; c) incentivazione del telelavoro; d) sostegno al rientro dal congedo di maternità. All’esito della sperimentazione potremo valutare, sentite le parti sociali e le associazioni interessate, sia il concreto impatto sulle dinamiche del mercato dei servizi di cura sia l’opportunità o meno di eventuali interventi normativi rispetto alla attuale regolazione dei buoni lavoro nell’ambito dei servizi di cura e assistenza alla persona.

2) La revisione dei criteri e delle modalità per la concessione dei contributi di cui all’articolo 9 della legge 8 marzo 2000, n. 53 L’articolo 9 della legge 8 marzo 2000, n. 53, recante “Disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi delle città”, non ha sin qui prodotto i risultati attesi. A seguito delle modifiche contenute nell’articolo 38 della legge 18 giugno 2009, n. 69 ci siamo proposti, di concerto e su impulso del Dipartimento per le politiche per la famiglia, di rilanciare lo strumento al fine di promuovere progetti sperimentali che attuino con maggiore efficacia ed effettività misure dirette a sostenere i soggetti con responsabilità genitoriali o familiari, favorendo la rimozione degli ostacoli alla piena realizzazione del principio di uguaglianza sostanziale in ambito familiare e lavorativo, promuovendo il miglioramento della qualità delle relazioni familiari grazie a un maggiore equilibrio tra vita privata e vita professionale, da attuare attraverso il coinvolgimento di soggetti esterni alla famiglia quali istituzioni, imprese e associazioni. Una parte delle risorse verrà espressamente finalizzata ad attività di promozione e informazione, compresa una campagna pubblicitaria televisiva, nonché di consulenza alla progettazione, di monitoraggio delle
azioni e alla eventuale infrastrutturazione di reti territoriali a supporto diretto delle aziende. Riteniamo altresì utile procedere alla realizzazione di un software unico da mettere a disposizione degli attori che promuovono progetti volti a realizzare banche delle ore.
  I progetti di conciliazione dovranno prevedere almeno una delle seguenti tipologie di azioni positive: - progetti articolati per consentire alle lavoratrici e ai lavoratori di usufruire di particolari forme di flessibilità degli orari e della organizzazione del lavoro, quali, a titolo esemplificativo, lavoro a tempo parziale reversibile, telelavoro e lavoro a domicilio, banca delle ore, orario flessibile in entrata o in uscita, su turni e su sedi diverse, orario concentrato, con specifico interesse per i progetti che prevedano di applicare, in aggiunta alle misure di flessibilità, sistemi innovativi per la valutazione della prestazione e/o dei risultati; - programmi e azioni, comprese le attività di formazione e aggiornamento, volti a favorire il reinserimento delle lavoratrici e dei lavoratori dopo un periodo di assenza dal lavoro non inferiore a sessanta giorni a titolo di congedo di maternità e paternità o parentale, o per altri motivi legati ad esigenze di conciliazione; - progetti che, anche attraverso l’attivazione di reti tra enti territoriali, aziende e parti sociali, promuovano interventi e servizi innovativi in risposta alle esigenze di conciliazione delle lavoratrici e dei lavoratori. In considerazione della evoluzione del mercato del lavoro, destinatari dei progetti saranno le lavoratrici e i lavoratori dipendenti, ivi compresi i lavoratori in somministrazione, i soci lavoratori e le socie lavoratrici di società cooperative, nonché i soggetti titolari di un rapporto di collaborazione coordinata e continuativa nella modalità a progetto, purché la natura del rapporto sia compatibile con la tipologia e con la durata della azione proposta con la domanda di finanziamento. Una parte delle risorse verrà altresì destinata a misure dirette a sostenere le politiche di conciliazione per le libere professioniste e le lavoratrici autonome, nonché per l’auto-imprenditorialità con specifico riferimento alle titolari di impresa individuale. Per l’effettivo rilancio delle misure di conciliazione di cui all’articolo 9 della legge 8 marzo 2000, n. 53 riteniamo che l’accordo contrattuale sia un presupposto indispensabile per l’ammissibilità dei progetti di conciliazione, in funzione di garanzia dell’adattamento del contesto aziendale alle esigenze di conciliazione espresse dai lavoratori. Riteniamo tuttavia che l’accordo non debba essere necessariamente di natura sindacale e collettiva, ma possa anche riguardare, almeno nelle imprese di minori dimensioni, direttamente lavoratrice e datore di lavoro. È forse anzi questo l’aspetto che maggiormente ha inciso sulla non soddisfacente esperienza dei primi dieci anni di applicazione dell’articolo 9 della legge 8 marzo 2000, n. 53.


3) Nuove relazioni industriali per il rilancio del lavoro a tempo parziale e degli altri contratti a orario ridotto, modulato e flessibile Le recenti riforme del mercato del lavoro e la legge Biagi in particolare hanno contribuito a un significativo radicamento anche in Italia del lavoro
a tempo parziale: una tipologia contrattuale che ha mostrato di poter fornire occasioni di lavoro, non precarie ma adattabili, a persone altrimenti escluse dal mercato e alle donne in particolare in coerenza con gli orientamenti comunitari in materia di occupazione e pari opportunità. Sempre la legge Biagi ha introdotto nuove tipologie di lavoro a orario ridotto, modulato e flessibile in funzione di contrasto del lavoro nero e di incremento dei tassi di occupazione femminile. In questi ultimi mesi registriamo, in particolare, un significativo incremento del lavoro cosiddetto a chiamata o intermittente che precedenti interventi legislativi si proponevano di eliminare dal nostro ordinamento senza tuttavia ipotizzare valide alternative volte a intercettare e legalizzare significativi spezzoni di lavoro occasionale e accessorio.
L’importanza di questi strumenti è evidente. Piccoli, ma significativi aggiustamenti nel rigido orario di lavoro possono consentire a molti la conciliazione tra tempi di lavoro e di famiglia senza compromissione delle possibilità di carriera.
Eppure ancora poco sappiamo circa il concreto utilizzo del lavoro a tempo parziale e, ancor di più, delle tipologie a orario ridotto, modulato e flessibile soprattutto nella prassi delle relazioni industriali. Alla Consigliera nazionale di parità abbiamo affidato un fondamentale compito di monitoraggio di quanto si registra nei nostri mercati del lavoro e nelle singole unità produttive, attraverso la costituzione di un Osservatorio sul lavoro a tempo parziale e sulle forme di lavoro a orario ridotto, modulato e flessibile, che avrà il compito di verificare quanto avviene nei singoli settori produttivi, nelle diverse aree del Paese, nei contratti collettivi di secondo livello e nella prassi aziendale con l’obiettivo di raccogliere e divulgare buone prassi.
Siamo infatti convinti che, per il rilancio delle politiche di conciliazione, più che una mera incentivazione economica particolare rilievo possa assumere l’evoluzione della contrattazione collettiva e della prassi aziendale con riferimento alla flessibile modulazione dell’orario di lavoro oggi consentita – quando non imposta – dal cambiamento dei tradizionali modelli produttivi seriali e dalla trasformazione terziaria.
La stessa contrattazione collettiva, oggi avviata a un robusto processo di decentramento, potrà utilmente definire il quadro di riferimento normativo entro il quale consentire e incentivare anche accordi individuali tarati sulle specifiche esigenze delle parti del rapporto di lavoro.
In questa prospettiva ricordiamo alle parti sociali la possibilità di beneficiare già oggi delle misure fiscali di detassazione delle somme erogate per i premi di produttività previste dall’articolo 2 del decreto legge n. 93 del 2008 convertito nella legge n. 126 del 2008 e ora confermate, per il 2009, dal decreto legge n. 185 del 2008 convertito nella legge n. 2 del  2009. Come ricordato in via amministrativa dal Ministero del lavoro e dalla Agenzia delle entrate la nozione di “somme erogate” per premi di produttività va intesa in senso ampio stante la finalità del provvedimento. All’interno della misura potranno pertanto rientrate tutti i premi, concordati a livello individuale o collettivo, comunque legati a risultati di efficienza organizzativa, tra cui rientrano chiaramente anche le misure di conciliazione e la modulazione degli orari e dei tempi di lavoro. Per rilanciare nell’ambito delle relazioni industriali e di lavoro una nuova stagione di accordi e intese sugli orari e i sui tempi di lavoro, nell’ottica della conciliazione, convocheremo quanto prima un tavolo con le parti sociali al fine di definire le azioni di sostegno alla contrattazione decentrata nella prospettiva – sin qui mai pienamente coltivata – di genere e di parità delle opportunità.

4) La nuova occupazione nel contesto dei cambiamenti in atto: lavori verdi anche al femminile Abbiamo recentemente condiviso la proposta del presidente Obama per la convocazione di un G20 dei Ministri del Lavoro in collaborazione con l’OCSE con l’obiettivo di concertare le politiche per la nuova occupazione nel contesto dei grandi cambiamenti in atto a partire da quelli energetici e climatici. Accanto allo sviluppo dei servizi alla persona e anche alle imprese particolarmente cruciale sarà, nei prossimi anni, la sfida delle energie rinnovabili. Gli studi più attendibili evidenziano forti opportunità di investimento nella produzione e sviluppo di tecnologie, in particolare solare ed eolica. Il potenziale occupazionale totale potrebbe raggiungere le 250mila unità lavorative nel settore. Oltre al settore della produzione di energia da fonti rinnovabili, la transizione verso una economia sostenibile avrà un impatto, in termini di nuove figure professionali di tipo trasversale e anche in altri settori, come l’edilizia, i trasporti e l’agricoltura. Trattandosi di settori in cui le donne sono tradizionalmente sottorappresentate è necessario assicurare che tale transizione abbia un impatto di genere positivo. Per evitare un aumento nel livello di segregazione occupazionale, ci proponiamo pertanto di sostenere due principali linee di azione. Innanzitutto intendiamo promuovere iniziative volte a incrementare la partecipazione femminile in settori di occupazione non tradizionali, in particolare in quello energetico. Questo significa assicurare pari opportunità di accesso di percorsi di formazione e riqualificazione professionale che, necessariamente, andranno adeguati alle nuove esigenze del mercato del lavoro e ai nuovi skill richiesti dal mercato, nonché promuovere attività informative sulle opportunità esistenti in tali settori e assicurare, attraverso il dialogo sociale, condizioni di lavoro che favoriscano la conciliazione fra tempi di vita e di lavoro. In collaborazione con il Ministero della Istruzione, della Università e della Ricerca ci proponiamo poi di contribuire alla creazione di apposite figure professionali volte a favorire il risparmio energetico e la protezione
dell’ambiente in quei settori in cui le donne sono maggiormente
rappresentate come l’istruzione, la sanità, i servizi sociali e di assistenza
alla persona.


5) Riportare a Bruxelles il Dossier “Contratti di inserimento al lavoro”
per le donne del Mezzogiorno
  Come ultima linea di azione ci proponiamo di aprire con Bruxelles un negoziato sulle ulteriori misure di sostegno e incentivazione della occupazione femminile nel Mezzogiorno a partire dal contratto di inserimento al lavoro per le donne. Il caso dei contratti di inserimento al lavoro delle donne disciplinati dalla legge Biagi ci pare, al riguardo, particolarmente emblematico dei paradossi di una acritica applicazione del diritto comunitario della concorrenza a situazioni del tutto eccezionali e particolari come l’occupazione femminile nel Mezzogiorno. Ricordiamo che il contratto di inserimento è un contratto di lavoro a termine – di durata non inferiore a nove mesi e non superiore ai diciotto – diretto a realizzare, mediante un progetto individuale di adattamento delle competenze professionali del lavoratore a un determinato contesto lavorativo, l'inserimento ovvero il reinserimento nel mercato del lavoro di alcune categorie di persone “svantaggiate” tra cui le donne di qualsiasi età residenti in una area geografica in cui il tasso di occupazione femminile sia inferiore almeno del 20 per cento di quello maschile o in cui il tasso di disoccupazione femminile superi del 10 per cento quello maschile. I contratti di inserimento prevedono due tipologie di incentivi, una normativa e una economica. Per tutte le categorie di contratto di inserimento, con esclusione delle donne, la categoria di inquadramento del lavoratore può inferiore di due livelli alla categoria spettante, in applicazione del contratto collettivo nazionale di lavoro, ai lavoratori addetti a mansioni o funzioni che richiedono qualificazioni corrispondenti a quelle al conseguimento delle quali è preordinato il progetto di inserimento oggetto del contratto. Questa possibilità di sottoinquadramento era originariamente prevista dalla Biagi anche per le donne ed è stata eliminata sul presupposto che avrebbe potuto dare luogo a una discriminazione per le donne. Per questo motivo è importante, per le donne, il secondo tipo di incentivo, quello economico. Si tratta di uno sgravio del 25 per cento su tutto il territorio nazionale e pari al 50 per cento nel Mezzogiorno. Le aree vengono determinate anno per anno con decreto Ministro dell’Economia e Ministro del lavoro. Il nuovo regolamento europeo in materia di aiuti alla occupazione ha tuttavia inopinatamente escluso forme di incentivazione di tipo geografico consentendole, unicamente, a livello settoriale. Il regolamento europeo parla infatti di “lavoratori occupati in professioni o settori caratterizzati da un tasso di disparità uomo-donna che supera almeno del 25 per cento la disparità uomo-donna in tutti i settori economici dello Stato membro interessato se il lavoratore interessato appartiene al genere sottorappresentato” 8art.2, punto 18, lett.E, del Regolamento (CE) n.800/2008)
Applicando la nuova normativa europea non potranno pertanto più essere incentivati i contratti di inserimento in settori tradizionali, come il tessile, il commercio, gli alberghi o i ristoranti, la sanità e l’assistenza sociale, dove le donne vengono più facilmente assunte, perché la disparità in questi settori non supera il 25 per cento.
Donne e donne del Sud risultano così gravemente penalizzate da questa nuova normativa, approvata nel corso della passata Legislatura, per cui è nostra intenzione rilanciare con forza l’attenzione delle istituzioni comunitarie verso il Mezzogiorno e il problema della occupazione – e non solo di aiuti a finalità regionale – che devono poter operare senza il rischio di interventi di censura da parte della Comissione e della Corte di Giustizia.

mercoledì 9 settembre 2009

Raccontare: da Il vecchio e il mare

Scarica l'allegato originale
Il vecchio e il mare (titolo originale The Old Man and the Sea) è un romanzo dello scrittore statunitense Ernest Hemingway pubblicato per la prima volta sulla rivista Life nel 1952. Grazie a questo libro Hemingway riceverà il premio Pulitzer nell'anno 1953 e il premio Nobel nell'anno 1954

Prima pagina

« Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce. Nei primi quaranta giorni lo aveva accompagnato un ragazzo di nome Manolo, ma dopo quaranta giorni passati senza che prendesse neanche un pesce, i genitori del ragazzo gli avevano detto che il vecchio era decisamente e definitivamente salao , che è la peggior forma di sfortuna, e il ragazzo aveva ubbidito andando in un'altra barca dove prese tre bei pesci nella prima settimana. Era triste per il ragazzo veder arrivare ogni giorno il vecchio con la barca vuota e scendeva sempre ad aiutarlo a trasportare o le lenze addugliate o la gaffa e la fiocina e la vela serrata all'albero. La vela era rattoppata con sacchi da farina e quand'era serrata pareva la bandiera di una sconfitta perenne[1] »


Il breve romanzo narra la storia di un vecchio pescatore, Santiago, e di un ragazzo, Manolo, al quale insegna a pescare e che gli trasmette la forza di ritornare a solcare il mare.

Santiago [modifica]
Santiago è il nome del vecchio pescatore: «Il vecchio era magro e scarno e aveva rughe profonde alla nuca. Sulle guance aveva le chiazze del cancro della pelle provocato dai riflessi del sole sul mare tropicale e le mani avevano cicatrici profonde, che gli erano venute trattenendo con le lenze i pesci pesanti». Tutti segnali di una vita dura e piena di sacrifici. Tutto in lui era vecchio, tranne i suoi occhi, che, nonostante il passare del tempo, erano rimasti azzurri come il mare. La sua lotta con il pesce, anche se non si concluderà a buon fine, affermerà il suo orgoglio e il suo coraggio, che sembravano già persi da tempo, ma anche la notevole forza che dimostrerà combattendo quasi a mani nude con i pescecani. Il fatto che della sua preda rimanga solo lo scheletro è una sconfitta relativa al piano economico, non a quello morale. Per il personaggio probabilmente lo scrittore s'ispirò al marinaio cubano Gregorio Fuentes, con cui stringeva rapporti di amicizia.

Manolo [modifica]
Manolo è un ragazzo che è stato accanto a Santiago fin da bambino; ma poi i suoi genitori l'hanno costretto a cercare lavoro altrove poiché tutti consideravano il vecchio, che non riusciva a pescare nulla da ottantaquattro giorni, molto sfortunato. Dunque Manolo si trasferisce in un'altra barca, ma non smette di far visita all'anziano, che ogni mattina parte al largo a pescare nonostante torni ogni volta con le reti vuote. Manolo è un personaggio molto importante perché sarà la speranza e il conforto del vecchio nei suoi momenti di solitudine.

La sirena è un "pesceMagoo" di oltre 5,5 metri, «con delle strisce color viola che la cingevano; e accanto a lei, nuotavano due remore grigie, che non si allontanavano mai». Nei suoi movimenti era calma e dava l'impressione al marinaio di avere una certa nobiltà d'animo, sembrava che, nonostante la situazione, avesse instaurato un rapporto di lealtà, quasi dignitoso. Forse addirittura sapeva che, con i suoi movimenti, avrebbe potuto uccidere il marinaio ma che poi sarebbe ucciso anch'esso, a causa della lenza conficcata nel cuore; decise perciò, di combattere fino alla fine, giocando nel modo in cui poteva: d'astuzia. Si arrese a Santiago, come a dimostrare che preferiva concedere il suo corpo a chi ne avesse rispetto, piuttosto che ai pescecani

Raccontare: Il mio diletto

Il Cantico dei Cantici...


martedì 26 maggio 2009

domenica 24 maggio 2009

L'incontro a la Gaia Scienza sul Tirreno



da
IL TIRRENO di Livorno
24 maggio 2009

(clicca l'immagine per ingrandirla)

















Domani, alla Gaia Scienza, Scarabeus conclude l'attività
di due anni, relativa al progetto "Leggiamo insieme", che hanno visto partner:
Arbeit und Leben, di Dresda (Germania)
LJUDSKA UNIVERZA JESENICE (SLOVENIA)



L'attività del Gruppo di Lettura nella relazione presentata al meeting di Livorno (maggio 2008)

Scarabeus - Club di Lettura - prima fase Scarabeus - Club di Lettura - prima fase Romolo Prima fase dell'attività del Club di Lettura di Scarabeus, progetto Let's Read Together, with German and Slovenian Partners. La seconda parte è documentata sul blog: http://scarabeus-associazione,blogspot.com e sul wiki: http://scarabeus.wetpaint.com

venerdì 15 maggio 2009

Un "Contrasto" all'improvviso...

Anita Matteelli e Francesco Paziente, ripresi da Giuliano Falorni e Roberto Mariotti durante le prove del "Contrasto".
I "piccoli fans" e la loro versione di "Rosa fresca aulentissima" sono stati molto applauditi anche al Festival letterario nel corso del meeting in Slovenia.

giovedì 14 maggio 2009

Bled (Slovenia) Consuntivo Club di lettura Scarabeus

Presentazione sull'indagine consuntiva di Scarabeus - Club di Lettura per il progetto Let's Read Together.



venerdì 8 maggio 2009

Lettura- verso la Slovenia/Piccola indagine fra amici





I componenti del gruppo di lettura riflettono
sull'attività futura, anche sulla base del questionario.



Una piccola indagine nel gruppo di Lettura, a fine di questo progetto.
Ecco i risultati, espressi in grafici.

Cliccare sulle immagini per ingrandirle.



Il progetto appare apprezzato per la ricchezza dei contenuti del dibattito.
Il punto forte è stato giudicato dal 44% dei partecipanti, l'amicizia che si è instaurata fra gli stessi.

Le proposte per il futuro si articolano tra scelta dei testi, e rotazione dei contributi. Segue la conduzione del dibattito.

Per tutti o quasi va bene la cadenza attuale, di incontri a settimane alterne.



giovedì 30 aprile 2009

Effetto e-Book: La Stampa

Anche i giornali italiani si stanno spostando nell'e-book?
Proviamo...

martedì 28 aprile 2009

venerdì 17 aprile 2009

Verso la Slovenia/Ispirati da Bulgakov

L'idea me l'ha fornita Rosanna, che ha trovato un blog che riporta immagini di un artista ucraino ispirate dall'opera di Bulgakokv.

Ho attivato Cooliris e registrato le immagini venute a galla casualmente.


il wiki


lunedì 6 aprile 2009

Club Lettura - Piccoli suicidi tra amici

Le prime pagine, tratte dal sito Iperborea


ARTO PAASILINNA - Piccoli suicidi tra amici
Hurmaava joukkoitsemrha
1990 - Traduzione dal finlandese di Maria Antonietta Iannella e Nicola Rainò
Postfazione di Diego Marani
I edizione: Maggio 2006
pp. 264 - Euro 14,00 - ISBN 88-7091-139-X

Le prime pagine, tratte dal sito

Il più formidabile nemico dei finlandesi è la malinconia,
l’introversione, una sconfinata apatia. Un senso di gra-
vezza aleggia su questo popolo sfortunato, tenendolo
da migliaia di anni sotto il suo giogo, tingendone lo spi-
rito di cupa seriosità. Il peso dell’afflizione è tale da
indurre parecchi finlandesi a vedere nella morte l’unico
sollievo. La malinconia è un avversario più spietato del-
l’Unione Sovietica.
Ma i finlandesi sono al tempo stesso un popolo com-
battivo. Non cedono mai. Si ribellano a ogni occasione
contro il tiranno.
San Giovanni, la festa della luce e della spensieratez-
za nel solstizio d’estate, rappresenta per i finlandesi l’oc-
casione di una lotta titanica in cui tentare, unendo le
forze, di sconfiggere la malinconia che li rode. Il paese
intero si mobilita fin dalla vigilia: non solo gli uomini
arruolabili, ma anche donne, bambini e vecchi accorro-
no al fronte. Per respingere le tenebre, immensi falò pa-
gani vengono accesi sulle rive delle migliaia di laghi del
paese. E in cima ai pennoni si issano vessilli di guerra
bianco-azzurri. Cinque milioni di guerrieri, prima della
tenzone, si rimpinzano di grasse salsicce e costolette di
maiale ai ferri. Tracannano senza scrupoli per farsi co-
raggio e, al suono della fisarmonica, le truppe marciano
all’assalto della depressione, arrivando a sopraffarla nel
corso della notte dopo una lotta senza quartiere.
Nel trambusto dei corpo a corpo i due sessi finisco-
no per incontrarsi, le donne per restare incinte. Intrepi-
di che sfrecciano sulle acque su gommoni da sbarco
vanno ad annegare nei laghi e nel mare. Si contano a
decine di migliaia i caduti tra i cespugli e in mezzo alle
ortiche, per non dire degli atti di valore e di eroico sa-
crificio. Gioia e benessere trionfano, la malinconia è re-
spinta, e la nazione, sbaragliato il cupo oppressore, può
godersi almeno una notte all’anno di libertà.
Spuntò l’alba di san Giovanni sulla riva del lago del-
l’Ebbro, nella provincia dell’Häme. Un lieve sentore di
fumo si librava ancora, residuo dei combattimenti not-
turni: il giorno prima, per la vigilia, su tutte le rive era-
no stati accesi i falò. Una rondine sfrecciava col becco
aperto a pelo d’acqua a caccia di insetti. L’aria era cal-
ma e limpida, la gente dormiva. Solo gli uccelli aveva-
no ancora la forza di cantare.
Un uomo se ne stava seduto solo sui gradini davan-
ti al suo villino, una bottiglia di birra piena in mano.
Era il direttore Onni Rellonen, età intorno ai cinquan-
ta, sul viso l’aria più lugubre di tutto il circondario. Lui
non era annoverabile tra i vincitori del combattimento
notturno: era ferito gravemente, ma non c’era ospedale
da campo in grado di apprestare i primi soccorsi al suo
cuore infranto.
Rellonen era un tipo magro, di media statura, le
orecchie piuttosto grandi e un lungo naso arrossato in
punta. Portava una camicia a maniche corte e pantalo-
ni di velluto.
Guardandolo, si poteva intuire che una volta doveva
aver celato in sé una forza esplosiva. Una volta. Era stanco,
abbattuto, segnato dalla vita. Le rughe sul volto e i capelli
diradati sul cranio erano patetiche testimonianze del cedi-
mento di fronte alla crudezza e alla brevità dell’esistenza.
Per decenni il direttore Onni Rellonen aveva sof-
ferto d’acidità di stomaco, e nelle pieghe del suo inte-
stino si era manifestato un principio di catarro. Le arti-
colazioni erano in buono stato, come pure la muscola-
tura, se si eccettua un leggero rilassamento. Il cuore di
Onni Rellonen, invece, era rivestito di grasso e aveva
un battito pesante: ormai per il suo organismo non co-
stituiva più la spinta vitale, ma piuttosto un peso, una
zavorra. C’era di che temere che si fermasse, paraliz-
zando il corpo e privando il suo proprietario delle linfe
vitali, fino a consegnarlo alla morte. Triste compenso
d’un organo interno spossato a un uomo che sul suo
cuore aveva fatto affidamento fin dal suo concepimen-
to. Lasciate che il cuore faccia una pausa, fosse anche
solo il tempo di cento battiti, tanto per riprendere fia-
to, e tutto è finito. I miliardi di battiti precedenti non
conterebbero più nulla. Così è la morte. Sono migliaia i
finlandesi che ogni anno ne fanno esperienza, e nessu-
no torna a riferire che effetto fa, alla fine.
A primavera Onni Rellonen si era messo a ripitturare i
muri esterni scrostati del suo villino, ma il lavoro era
rimasto a metà. Il barattolo di vernice era lì accanto al
basamento, e il pennello s’era indurito sul coperchio.
Rellonen era un uomo d’affari, cui qualche volta era
pure capitato di sentirsi chiamare direttore. Aveva alle
spalle diversi anni di frenetica attività, di successi iniziali
travolgenti, di scalate nel mondo della piccola industria,
di un certo numero di subalterni, di contabilità, denaro,
attività commerciali. Aveva anche fatto l’imprenditore, e
negli anni Sessanta perfino il fabbricante di lamiere. Ma
una congiuntura sfavorevole e una concorrenza feroce
avevano portato la sua società «Grondaie e Lamiere
S.p.A.» al fallimento. Che non era stato l’ultimo. Era poi
anche stato indagato per frode. L’ultima impresa in cui il
direttore Rellonen s’era buttato era stata una lavanderia
automatica, ma neppure quella aveva avuto successo:
non c’era famiglia in Finlandia che non disponesse di
una lavatrice, e chi non ce l’aveva erano quelli che dei
panni non lavati non facevano un dramma. I grandi
alberghi e le compagnie dei traghetti non si curavano di
fornirgli lavoro, che invece veniva assorbito dalle grosse
ditte, passandogli sistematicamente sotto il naso. Gli
accordi per questi ordini venivano combinati in incontri
riservati. Era stato a primavera il fallimento più recente,
dopo di che Onni Rellonen aveva sofferto di una pro-
fonda depressione.
Aveva figli già grandi, e un matrimonio a rotoli. Se
mai si lasciava andare a fare progetti per l’avvenire ed
esponeva i propositi alla moglie, nemmeno da lei rice-
veva più alcun sostegno.
“Mah!” era il commento con cui la donna lo ragge-
lava: né ripulsa né incoraggiamento, niente di niente.
Tutto appariva privo di speranza, la vita in generale, ma
soprattutto gli affari.
Fin dall’inverno il direttore Onni Rellonen aveva
covato propositi di suicidio: e non era la prima volta.
La sua voglia di vivere s’era già esaurita da tempo, e la
depressione aveva a sua volta convertito la sua sana ag-
gressività in pensieri autodistruttivi. Quanto a lui, avreb-
be già messo fine ai suoi giorni la primavera prece-
dente, all’epoca del fallimento della lavanderia, ma in
qualche modo gliene era mancata la forza.
Adesso era san Giovanni. La moglie era rimasta in
città, dicendo che non voleva rovinarsi la festa in cam-
pagna con un marito deprimente. Una sera della vigilia
in solitudine, senza falò, senza compagnia, senza futu-
ro. Niente di meglio per far felice un povero cristo.
Onni Rellonen posò la bottiglia di birra sullo scalino
e rientrò in casa. Rovistò nei cassetti del comò in camera
da letto, tirò fuori la pistola, la caricò e la fece scivolare
nella tasca dei pantaloni.
“Si vedrà”, pensò con amarezza, ma determinato.
Dopo tanto tempo aveva l’impressione di decider-
si a fare qualcosa, di metterci un po’ di slancio. Era o-
ra di dire basta a quel vivacchiare privo di senso. Un
bel punto finale a tutta l’esistenza, un punto esclamati-
vo col botto!
Il direttore Onni Rellonen si inoltrò per la ridente
campagna dell’Häme. Accompagnato dal canto degli
uccelli seguì il lungo sentiero di ghiaia, sorpassò la
casetta del vicino, poi in mezzo ai campi coltivati, oltre
un capannone per la trebbia, una stalla e una fattoria.
Dietro un boschetto si estendeva un prato, e a Rello-
nen venne in mente che sul limitare del boschetto si
trovava un vecchio fienile decrepito. Era lì che poteva
tirarsi un colpo, un posto tranquillo e un ambiente
adatto per mettere fine ai suoi giorni.
Sarebbe stato forse giusto lasciare una lettera d’ad-
dio sul tavolo di casa. Per scrivere cosa? Addio, cari
figlioli, cercate di cavarvela, papà ha preso la sua deci-
sione...? Moglie, non volermene?
Rellonen s’immaginò la reazione della donna alla
lettura di un addio del genere. Probabilmente avrebbe
commentato: “Mah!”
Dal prato saliva prepotente il profumo del secondo
fieno, mietuto il giorno prima. I contadini lavoravano
anche la vigilia di san Giovanni, le mucche non posso-
no aspettare. I calabroni ronzavano, le rondini garriva-
no sul tetto del vecchio fienile. Dal lago giungeva lo
strepitio dei gabbiani. Con il cuore raggelato, Onni Rel-
lonen avanzava verso la vecchia costruzione di legno
ingrigita, che ormai non serviva più a niente se non a
togliersi la vita. Se la trovò davanti fin troppo presto. I
suoi ultimi istanti cominciavano ad annunciarsi più
brevi di quanto non avesse immaginato.
Non se la sentì di varcare subito la porta a due bat-
tenti del fienile, spalancata davanti a lui come la gola
nera dell’inferno. Cercando senza rendersene conto la
maniera di prolungarsi la vita, decise di fare un giro
intorno alla costruzione, come un animale ferito in cer-
ca dell’ultima dimora. Attraverso una fessura delle assi
marce lanciò un’occhiata nel fienile, ed ebbe un fremi-
to. La decisione comunque era presa: non restava che
fare il giro del capannone, lanciarsi tra le braccia della
morte, premere il grilletto. Una pressione minima, un’ul-
tima transazione, ed ecco che il saldo era in pareggio,
l’ultimissimo saldo della vita e della morte. Fu scosso
da un brivido.
Ma nel fienile c’era qualcuno! Sbirciando tra le assi
intravide qualcosa di grigio, sentì ansimare. Una renna?
Un uomo? Il cuore affaticato di Rellonen trasalì di gioia.
Come ammazzarsi in un fienile davanti a un animale o,
meglio ancora, un altro essere umano? Non si può, non
è elegante.
All’interno c’era proprio un uomo, un tipo alto con
l’uniforme grigia dell’esercito. Si era inerpicato su una
catasta di pali, intento a legare una corda di nylon az-
zurra a una trave del tetto. Ben presto la fune fu salda-
mente fissata.
L’uomo stava in piedi, di profilo rispetto all’aspiran-
te suicida che lo spiava. Onni riconobbe che si trattava
d’un ufficiale dalle cuciture dei pantaloni con la pista-
gna gialla. La giubba era aperta e sulla mostrina del
bavero riconobbe tre rosette. Un colonnello.
Il direttore Rellonen sulle prime non capì che cosa
ci facesse il colonnello in quel fienile la mattina di san
Giovanni. Per quale motivo s’era messo a legare una
corda di nylon a una trave? Ma non ci mise molto a
comprenderne le ragioni. Il colonnello cominciò a fare
un cappio a un capo della corda; ma questa era scivo-
losa, come sempre le corde di nylon, e fare il nodo
risultava complicato. Il colonnello emise un ringhio
soffocato, forse una bestemmia. Le gambe sulla catasta
di pali tremavano, lo si vedeva dalla vibrazione dei
pantaloni. Alla fine riuscì a fare una specie di cappio e
se lo infilò al collo. Aveva il capo scoperto, e un milita-
re che va in giro senza il berretto non è mai un buon
segno. Ma questo era sul punto di suicidarsi, sant’id-
dio... Com’è piccolo il mondo, pensò Onni Rellonen:
nello stesso fienile si ritrovavano contemporaneamente
due finlandesi, e con la stessa crudele motivazione.
Il direttore Onni Rellonen si precipitò alla porta e
urlò all’ufficiale:
“Fermatevi, buon uomo, signor colonnello!”
L’uomo si spaventò a morte. Perse l’equilibrio, il
cappio si serrò al collo, e lui si dibatté per un attimo
appeso alla fune. Avrebbe di sicuro finito per strango-
larsi se Onni Rellonen non fosse accorso in suo aiuto.
Raccolse il colonnello tra le braccia, allentò il nodo, poi
gli batté la mano su una spalla per rassicurarlo. Il volto
dell’ufficiale era bluastro e bagnato di sudore, la corda
aveva avuto il tempo di dare una stretta violenta. Onni
Rellonen sfilò la corda dal collo del suicida e fece sede-
re lo sventurato sulla soglia del fienile. L’uomo respira-
va a fatica, il collo segnato da un solco rosso. C’era
mancato poco.
Se ne stettero così più o meno un minuto senza
dire nulla. Poi il colonnello si alzò, tese la mano e si
presentò:
“Kemppainen, colonnello Hermanni Kemppainen.”
“Onni Rellonen, piacere.”
L’ufficiale osservò che di piacere non era il caso di par-
lare, date le spiacevoli circostanze. Si augurò che il suo sal-
vatore non facesse parola ad alcuno dell’accaduto.
“Ma si figuri, sono cose che capitano”, promise Rellonen.
“A dire il vero io ero qui per la stessa faccenda”, aggiunse esi-
bendo la pistola. Il colonnello fissò a lungo l’arma carica,
prima di rendersi conto che non era più solo al mondo.


Recensioni nel sito IBS

sabato 4 aprile 2009

Presentazione navigando con Cooliris

Cooliris è un'estensione del browser Firefox, che trasforma il modo
di navigare nei siti, che lo supportano...
Ecco un esempio proprio su questo sito...



venerdì 3 aprile 2009

Verso la Slovenia/Il wiki entro fine aprile 2009


(foto di Roberto Mariotti)
clic per ingrandire

All'indirizzo:

http://scarabeus.wetpaint.com

è possibile modificare il wiki e collaborare alla relazione conclusiva, in vista del meeting che si terrà in maggio in Slovenia.


Buon lavoro e buon divertimento!


giovedì 2 aprile 2009

Club Lettura - Ed ora... Il ballo

Iréne Nèmirowsky

IL BALLO




Iréne Nèmirowsky (1903-1942) è una presenza importante di quel variopinto mondo di emigrés russi, stabilitosi a Berlino e Parigi, prima di ulteriori esodi sulle rotte della storia, dopo la Rivoluzione d'ottobre, dai cui ranghi sono uscite voci come quella di Mark Aldanov, Nina Berberova e soprattutto, ovviamente, Vladimir Nabokov. Ucraina di Kiev, figlia di un facoltoso uomo d'affari, Iréne Nèmirowsky giunse nella capitale francese, dopo un soggiorno in Finlandia, scegliendo di scrivere immediatamente nella lingua del paese di adozione, parlata fin dall'infanzia nelle famiglie facoltose nella Russia prerivoluzionaria. L'esordio con David Golder (1929) la definisce immediatamente per i suoi interessi principali: il racconto della relazione con un universo familiare claustrofobico, di difficile se non impossibile comprensione, osservato con uno sguardo acuto, di un'intensità che talvolta si fa dolorosa, in cui entrano in gioco anche considerazioni sui risvolti più amari dell'esistenza, con un'attenzione alla dimensione etica delle azioni che la apparenta talvolta a certi percorsi di François Mauriac e Georges Bernanos. Il rapporto tra il protagonista, un finanziere rovinato, e la figlia Joyce è infatti l'asse principale di questa cronaca di abiezione e di riscatto, che ha una dimensione esplicitamente autobiografica laddove l'autrice ripercorre, con le dovute differenze, la carriera del padre, un finanziere rovinato che con tenacia era riuscito a ricostituire la sua fortuna.
Grande successo, nonché immediata quanto duratura notorietà, accolse questo lavoro, come testimoniano ben due versioni cinematografiche dell'opera: una di Julien Duvivier (1930) e l'altra, forse più nota, di ambientazione statunitense, realizzata nel 1951 da Gregory Ratoff con il titolo My daughter Joy , in cui il ruolo del protagonista era magnificamente interpretato da Edward G. Robinson, a fianco di Peggy Cummins. Lo scorso anno in Francia, dove la sua notorietà con alcuni periodi di oblio non si è mai interrotta del tutto, questa autrice è stata di fatto ascritta al canone novecentesco dopo la clamorosa assegnazione del Prix Renaudot 2004, per la prima volta postumo, al notevole Suite française (Denoël), accolto anche da un grande successo di pubblico, ritratto di un mondo sull'orlo dell'estinzione, compiuto nel 1940, organizzando una materia incandescente all'interno di una sofisticata struttura musicale. La sua fama peraltro è stata ribadita anche dalla pubblicazione di un'appassionata biografia, Le mirador , firmata nel 1992 dalla figlia scrittrice, Élisabeth Gille (di lei si ricorda soprattutto il diario di malattia La crabe sur la banquette arrière , 1994), che presenta al pubblico un itinerario esistenziale abbastanza paradossale, destinato a concludersi con il gesto tragico di rifiutare la possibilità di fuga e un secondo esilio, scegliendo di prendere il treno che la porterà alla meta finale di Auschwitz, dove venne deportata malgrado la conversione al cattolicesimo avvenuta nel 1939.
In Italia la sua opera aveva suscitato tempestivamente attenzione dagli anni trenta, sull'onda di un vasto consenso internazionale, e vari suoi titoli erano stati pubblicati ( David Golder , 1932; L'affare Curilov , 1934; Il vino della solitudine , 1947), mentre per avere nuove proposte era stato necessario attendere la fine degli anni ottanta, quando Feltrinelli aveva mandato in libreria Le mosche d'autunno (1989) e una nuova versione dell'opera d'esordio (1992), seguita dalla Giuntina. Adelphi ora riprende il discorso acquisendo l'autrice nel suo catalogo (mentre si annuncia per i tipi della casa editrice una prossima versione di Suite française ), a partire da uno dei suoi capolavori, Il ballo (nella precisa traduzione di Margherita Belardetti), splendido racconto di un'adolescenza inquieta, portato al cinema nel 1931 da Wilhelm Thiele con una giovane e bellissima Danielle Darrieux, che qui debuttava.
Al centro di questa ombrosa parabola sta infatti il ritratto di Antoinette, figlia della terribile madame Kampf, moglie di un ebreo arricchito e smaniosa di affermazione sociale. La protagonista è sempre in lotta con lei che la vuole a tutti i costi confinata a un grottesco ruolo di bambina fuori tempo massimo, per evitare di dover ammettere gli anni di miseria trascorsi e potersi rifare, spietatamente, delle umiliazioni subite in precedenza. Tutta l'attenzione della seconda si concentra quindi sull'organizzazione di un grande ballo che dovrebbe consacrare il suo nuovo status confermato anche da un nuovo indirizzo prestigioso; dalla festa decide a tutti i costi di tenere lontana la rampolla, innescando una reazione catastrofica. Questa, infatti, per vendetta e approfittando di un intrigo sentimentale della schwester , non spedisce gli inviti e nessuno si presenta alla ratifica della tanto agognata promozione sociale, che diventa così uno smacco orribile sotto gli occhi di una parente povera, inopinata testimone del disastro. Le relazioni sociali risultano qui una gabbia impossibile da scardinare e nessuna comunicazione avviene tra i personaggi, se non nella dimensione di una pura e semplice funzione cerimoniale del linguaggio, proprio come avviene anche in uno dei romanzi maggiori, Il vino della solitudine , in cui la giovane protagonista Hèléne celebra violenti riti verbali per prendere le distanze dall'odio che nutre contro la madre fatua e il padre affarista.
Nella stessa direzione, sia pure con ambientazione assai diversa, va anche un'altra prosa breve di grande incisività, Un bambino prodigio (trad. di Vanna Lucattini Vogelmann, Giuntina, 1995), in cui l'ambientazione si spostava in quell'area ebraica che nell'epoca zarista, decisamente segnata da leggi antisemite, si chiamava Zona di residenza. Sulle rive del Mar Nero si svolge infatti la vita del giovane ebreo Ismael Baruch, che rifiuta drasticamente l'ubbidienza familiare, scegliendo di vivere al porto, luogo di "popoli del Levante che sapevano d'aglio, di maree e spezie, che il mare aveva raccattato da tutti gli angoli del mondo e gettato là come schiuma". Un'osteria sarà quindi il teatro della rivelazione del suo talento poetico, straziante e doloroso, che si manifesta sotto forma di canzoni d'amore disperato, amatissime da tutti gli avventori, tra cui si presenta un giorno anche un "barin", un ricco signore stregato dalle sue melodie, che sarà poi il suo tramite con una ricca principessa, eccentrica collezionista di "casi umani" che si innamorerà del ragazzo, o meglio delle sue capacità poetiche. Praticamente venduto dalla famiglia alla spietata nobildonna, il protagonista finirà suicida, dopo essersi reso conto che l'acculturazione a tappe forzate ha ucciso in lui le radici dell'esistenza stessa, in una dinamica non troppo dissimile da quella analizzata nel durissimo Il piccolo Archimede di Aldous Huxley.
Quindi, sia che parli dei salotti parigini che conosceva benissimo e che frequentava, della cosmopolita comunità ebraica di cui mette in luce anche gli aspetti più spiacevoli o dei bassifondi delle città russe, nelle opere di Nèmirowsky è evidente un'attrazione per il lato in ombra delle relazioni umane, per quella zona di non espresso e di rimosso in cui si trovano però, spesso, le più vere motivazioni dell'agire sociale. In questo dichiara senz'altro la propria influenza da Cechov, di cui declina in modo aguzzo le spietate analisi introspettive che portano alla ribalta un clamoroso teatro del desiderio, e al quale d'altra parte dedicò una biografia appassionata, La vie de Tcheckov , ultimo libro pubblicato in vita, nel 1940, che chiudeva il percorso di questa scrittrice appartata che, al di là del battage promozionale, svela un profilo sempre più nitido nel panorama novecentesco, padroneggiando perfettamente il segreto di un'ironia tagliente che non mette mai in ombra la pietas verso tutti gli aspetti dell'esistenza.
Luca Scarlini
(da L'Indice)


A VOLTE CI SONO DEI LIBRI CHE, APPENA PUBBLICATI, SFUGGONO ALLA NOSTRA attenzione, poi un libro successivo dello stesso autore risveglia la nostra curiosità, riprendiamo in mano quello che avevamo tralasciato e scopriamo un tesoro. Così è per “Il ballo” della scrittrice francese Irène Némirovsky, pubblicato per la prima volta nel 2005 e arrivato adesso alla sesta edizione, sull’onda dell’interesse suscitato dal bellissimo “Suite francese”.
“Il ballo” è un racconto lungo, che concentra in meno di cento pagine il ritratto di due personaggi, un frammento di vita, la descrizione di un ambiente. Nella scena di apertura la signora Kampf entra nella stanza dove la figlia sta studiando e quattro dettagli ci aiutano ad inquadrare la persona: la signora Kampf si sbatte alle spalle la porta in maniera così violenta da far tremare il lampadario di cristallo, si piazza davanti alla figlia a braccia conserte, la sgrida perché non si è alzata (“Hai il didietro incollato alla sedia?”), chiama ad alta voce l’istitutrice inglese solo con l’appellativo “Miss”.
E’ subito chiaro che la signora Kampf può anche essere ricca ma non è certamente raffinata. Ci viene detto dopo che, in un tempo neppure troppo lontano, il signor Kampf era prima solo un usciere di banca, poi impiegato e si era infine arricchito con delle fortunatissime speculazioni in borsa. La figlia Antoinette ha quattordici anni, l’età ingrata in cui si è goffe e si sogna l’amore e sembra irraggiungibile.
Un ballo: la signora Kampf vuole dare un ballo, inviterà duecento persone, gente che conosce a malapena, ma che importa, è gente con soldi e non interessa come li abbiano fatti (come lei e il signor Kampf del resto). Quello che importa è che vedano lo splendore della casa, dei mobili e dei soprammobili, dei gioielli. L’orchestra che suonerà e i camerieri in livrea. I piatti di ostriche e le altre prelibatezze. Verrà invitata anche l’insegnante di musica di Antoinette, perché è lei che spargerà le voci della loro grandezza fra i parenti della signora Kampf che avevano tanto disprezzato l’ebreuccio che aveva sposato. E no, Antoinette non prenderà parte al ballo, anzi, dormirà nel ripostiglio.
Queste sono le premesse, al lettore scoprire il resto di questo racconto raffinatamente delizioso in cui non succede- letteralmente- nulla e però vengono esplorati i sentimenti di ambizione (è comicamente patetica la signora Kampf che si dispera ad ogni rintocco della pendola), di gelosia (quanti anni più di Antoinette può avere la signorina inglese che si incontra con l’innamorato dopo aver accompagnato la ragazza a lezione?), di risentimento (Antoinette rimpiange i tempi in cui, prima di arricchirsi, sua madre era affettuosa con lei).
E la vendetta finale giunge quasi come una sorpresa a chi l’ha preparata con un gesto veloce. Al lettore anche immaginare il seguito- solo un paio di flash nel futuro ci riportano mozziconi di frasi di Antoinette, “Oh, ero una ragazzina terribile, sai?”.

Irène Némirovsky, Il ballo, Ed. Adelphi, trad. Margherita Belardetti, pagg. 83, Euro 7,00

Marilia Piccone 29-05-2006


(da Stradanove)

mercoledì 25 marzo 2009

E... la pizzata finale, senza pc!



Il 31 marzo 2009 si è concluso il corso tenuto presso l'ITC Vespucci di Livorno, Laboratorio 1 e 2
destinato a persone della terza età.

Il corso si è articolato secondo il programma brevemente esposto nelle brochure già pubblicate anche in questo blog.

Alcune sere prima i corsisti hanno deciso di incontrarsi per una pizzata, in allegria.

Alcuni dei corsisti prenderanno parte ai meeting di Smirne, di Ulm, e forse anche di Telsiai.



(foto di Giuliano Falorni)
clic per ingrandire

martedì 10 marzo 2009

Club Lettura - Una follia raccontata da Zweig

Stefan Zweig
AMOK


La letteratura dell’abisso
Una novella scritta negli anni ’20 dal famoso scrittore austriaco Stefan Zweig, sulle trasformazioni psichiche dell’uomo che lo portano a compiere gesti incontrollati e tragici.
di Francesca di Mattia

(da RaiLibro)


Con la novella “Amok”, tratta dalla raccolta “Amok e altri racconti di lucida follia”, edita da Sperling & Kupfer nel 1930 e da Frassinelli nel 1992, Adelphi dà inizio alla pubblicazione di alcune fra le opere più importanti di Stefan Zweig (1881-1942), romanziere, poeta e saggista viennese di spicco a partire dagli anni Venti, uno degli autori di lingua tedesca più prolifici e maggiormente conosciuti all'estero che, esule per motivi razziali in America Latina, si tolse la vita a causa di una forte depressione.

Un ebreo austriaco che amò sempre definirsi, anticipando i tempi di un secolo, un “cittadino dell'Europa”, come scrisse nell’autobiografia “Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo” (Mondadori, 1994), scritta nel ’44 e pubblicata postuma a due anni dal suicidio, ricostruzione di una generazione e di un'epoca, ma anche grande libro di storia vissuta, acuta e dolente riflessione critica su un mondo sentito come ormai definitivamente avviato verso la catastrofe morale e politica, dopo il grande sogno - o la grande illusione - di un'Europa unificata dalla cultura e dalla tolleranza, non lacerata dalle tensioni etniche e sociali.

Un tema quanto mai attuale, che ci spinge ad approfondire la conoscenza di questo autore, per molti anni stranamente ed ingiustamente dimenticato, pur essendo in vita molto celebre: i suoi libri sono stati tradotti in cinquanta lingue e ristampati varie volte, con tirature che hanno sfiorato le 250.000 copie. Inoltre, più di venti film sono stati tratti da opere di Zweig, tra cui quello ispirato ad “Amok”, uscito nel ’27 negli Stati Uniti e nel ’34 in Francia.
Per chi conosce il tedesco, è disponibile l'opera omnia in trenta volumi, pubblicata da Fischer, Frankfurt am Main (1982-1987) nelle edizioni delle Gesammelte Werke in Einzelbänden, ma è difficile oggi trovare nelle comuni librerie le traduzioni dei suoi libri in lingua italiana.

Dunque, una scelta editoriale meritoria, quella di Adelphi, che con “Amok” – novella apparsa per la prima volta nel ’22 sulla “Neue Freie Presse” - ci porta nel labirintico mondo di ossessioni e pulsioni dell’autore, che fu anche traduttore di Baudelaire e Verlaine, e acutissimo biografo di Dostoevskij, Dickens, Balzac, Casanova, Tolstoj, Kleist, Hölderlin, Nietzsche: Zweig amava l’'accostamento, i paragoni ed il confronto fra i vari scrittori e filosofi, al fine di scandagliarne la personalità e le più intime sfumature.

Alla fine degli anni '20 collaborò con il periodico viennese "Almanacco di psicanalisi" e strinse amicizia con Freud, a cui successivamente dedicò un saggio biografico.
Il tema della psiche è ancora presente nei racconti “Sovvertimento dei sensi”, “Tramonto d'un cuore”, e “Ventiquattr'ore della vita d'una donna”, tradotti nel ‘31 da Berta Burgio Ahrens, amica palermitana dello scrittore.
E lo studio dell’animo umano torna prepotentemente in "Amok", la storia di un viaggio lungo l’Oceano Indiano, a bordo di una nave in direzione del porto di Napoli, una storia che ammalia e stordisce, una confessione simile a un delirio, la ricostruzione di un mondo coloniale che «divora l’anima e succhia il midollo dalle ossa», scatenando forze capaci di scardinare in un attimo ordinate esistenze.

Protagonista della vicenda è un medico tedesco che, dopo aver fallito la sua carriera in Germania, si trasferisce in India, e vive per anni in solitudine lavorando per le colonie. Emarginato. Alcolizzato. In preda alla nostalgia per l’Europa.
Ma poi avviene l’incontro che gli cambia la vita: un'affascinante aristocratica, rimasta incinta a causa di una relazione extraconiugale, gli chiede di farla abortire. Il medico, inspiegabilmente, le risponde con un ricatto: accetta di aiutarla, ma in cambio pretende che lei gli si conceda.

E da questo momento ha inizio un rapporto feroce, selvaggio e incontrollato tra i due, che sfocerà nella tragedia: l’uomo, infatti, viene posseduto dall’”amok”, parola malese che indica una sorta di raptus, un’ebbrezza selvaggia che conduce alla rovina chi ne è invasato: «una follia rabbiosa, una specie di idrofobia umana... un accesso di monomania omicida, insensata, non paragonabile a nessun’altra intossicazione alcolica». Nutrita dall’afa soffocante dei luoghi e dalla fragilità nervosa delle anime. Un demone perverso, che porta l'uomo e la donna ad una conclusione ineluttabile, al ritorno in un’Europa crepuscolare, lontano dalla giungla e dalla città d’acqua in cui i due hanno giocato una partita dall’esito segnato sin dal primo incontro.

Zweig analizza in modo scientifico il fenomeno, e ne fa il perno dell’intera novella; l’intreccio narrativo è un pretesto per scavare negli abissi e capire fin dove può arrivare la mente umana: "Dunque, l'amok... sì, l'amok è così: un malese, un uomo molto semplice, assolutamente bonario, si beve il suo intruglio... se ne sta lì seduto, apatico, indifferente, spento... come me ne stavo io nella mia stanza... e all'improvviso balza in piedi, afferra il pugnale è corre in strada... corre sparato come una freccia, sempre diritto, senza deflettere... senza sapere dove... Chi gli si para davanti, essere umano o animale, viene trafitto dal suo kris, e l'orgia di sangue non fa che eccitarlo maggiormente... Mentre corre, ha la schiuma alle labbra e urla come un forsennato... ma continua a correre e correre, senza guardare né a destra né a sinistra, corre e basta, con il suo urlo acutissimo, con il suo kris insanguinato, in quella rettilineità mostruosa...".

Il racconto è inquietante, torbido, morboso e carico di tensione: il convenzionale incontro tra un uomo “senza qualità” e una donna fatale ha qui sviluppi impensabili, dalla narrazione tesa e asciutta.
La crudezza sgradevole delle frasi esalta il malessere e il disagio esistenziali, senza nulla concedere all’idealismo, quell’idealismo quasi consolatorio che lo stesso Zweig ha mostrato in altre sue opere.
La vittima dell’amok, attraverso le parole dei personaggi, appare crudelmente patetica, ridicola, umiliante.
E la scrittura, appesantita talvolta da uno stile un po’ troppo fiorito, trova un meraviglioso equilibrio tra lucidità e delirio, nello sforzo di razionalizzare, raccontandolo, uno stato psichico febbrile. Forse lo stesso che ha portato l’autore a suicidarsi in Brasile anni dopo, nel clima opprimente dell’amok.

Zweig, Stefan
Amok
Adelphi “Piccola Biblioteca”, 2004
pp. 105, euro 7
Traduzione di Emilio Picco