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mercoledì 9 maggio 2012
mercoledì 4 aprile 2012
Dal sito ufficiale COFE - le "buone pratiche"
Education and Culture DG
Lifelong Learning Programme
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Best Practices
Testi, interventi, video e testimonianze nel progetto COFE, dopo il 4. meeting.
Sito ufficiale COFE - le buone pratiche illustrate da Scarabeus
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Livorno LI, Italia
giovedì 29 marzo 2012
da Pluraliweb, Le differenze...
Disparità di genere che resistono
di Cristina Galasso
Sono tante le donne che svolgono attività di volontariato ma gliuomini sono ancora la maggioranza, soprattutto nella fascia d’età over 45 (Istat, 2011) e le donne si concentrano in alcuni settori e attività. Come risulta da un’indagine di Anpas, oltre il 40% delle volontarie è impiegata in attività di tipo sanitario, quasi il 20% al centralino e il 17,8 in attività ricreative.
Ma è soprattutto ai vertici delle associazioni e degli organi di rappresentanza del terzo settore (Forum, Consulte, ecc.) che la presenza delle donne si riduce, come del resto accade anche in altri ambiti della vita sociale e politica. Una recente indaginedella Fondazione Volontariato e Partecipazione ha rilevato che le donne sono presidenti di un’associazione di volontariato nel 33% dei casi, percentuale che si abbassa al 20 nel settore della donazione di organi e sangue. Questi dati sono confermati anche dalle ricerche di Auser e della Fondazione Roma Terzo Settore. Secondo quest’ultima, le donne sono ai vertici soprattutto nelle piccole associazioni, a prevalenza femminile e operative nell’ambito del welfare.
Se guardiamo alle grandi associazioni del terzo settore scopriamo che su 15 organizzazioni (tra cui Anpas, Aido, Avis) quelle che hanno donne presidenti sono solo 4: Lila, Emergency, Medici senza frontiere, Fai (ricerca Auser 2011). A queste va certamente aggiunta Amnesty Italia che, non solo vede sia la presidenza che la direzione in mano a due donne, ma anche una parità di rappresentanza nel comitato direttivo.
Per ovviare alla disparità di genere alcune associazioni nazionali, come Arci e Acli (leggi l’intervista a Paola Vacchina vicepresidente di Acli), hanno introdotto negli statuti le cosiddette “quote rosa” ma spesso con scarsi risultati, perché le percentuali previste sono insufficienti a garantire un’equa rappresentanza oppure disattese. Poche le donne anche al governo dei Centri di servizio per il volontariato (13 donne presidenti su 77, 24 le vicepresidenti), dove invece la forza lavoro è in prevalenza femminile (64%).
Eleonora Gallerini (seconda da destra), presidente Pubbliche Assistenze di Empoli, con il gruppo Lilith Centro Aiuto Donna
Questa tendenza attraversa un po’ tutto il terzo settore: il numero delle donne è, infatti, alto nelle strutture operative delle associazioni ma anche in questo caso sono spesso confinate tra i quadri inferiori, con qualche significativa eccezione come Uisp eLegambiente che sono dirette da donne.
La presenza femminile più consistente e qualificata è nella cooperazione sociale dove le donne sono ai vertici nel 45% dei casi (soprattutto al Sud). Anche lacooperazione internazionale registra una forte numero di donne e il 2010 ha visto il ‘sorpasso’. Oggi le cooperanti sono 3440, il 52% di tutto il personale impiegato nelle Ong italiane (“Un mestiere difficile”, 2011). Non abbiamo purtroppo dati rispetto alle donne dirigenti.
Le statistiche sul volontariato ci dicono che è soprattutto il doppio impegno lavoro-famiglia a rappresentare per le donne un forte ostacolo all’azione volontaria (leggi l’articolo di Andrea Salvini). Sono, infatti, soprattutto le donne più giovani a dedicarsi al volontariato, come mostrano anche i numeri sul Servizio civile. Secondo il XIII Rapporto Cnesc il 64,7% delle domande di servizio civile sono state presentate da donne (13.238 su 20.436), percentuale simile anche tra selezionati e avviati al servizio:5.738 donne su un totale di 8.830.
D’altra parte le donne sembrano compensare il minor tempo che possono dedicare all’attività volontaria con la propensione a donare risorse economiche al mondo non profit: dall’ultima ricerca Eurisko-Istituto italiano della donazione risulta che il 61% di chi dona è donna.
E le donne sono anche la maggioranza dei fundraiser, ovvero di chi opera nella raccolta fondi: secondo l’Associazione italiana fundraiser il 55% dei fundaraiser è donna. La fascia d’età più rappresentata è quella dai 36 ai 50 anni (45%), il 42% ha ottenuto un master, il 40% ha una laurea.
Nella foto in alto Roberta Roberti presidente associazione Eccetera e coordinatrice di Libera Prato.
da: www.pluraliweb.cesvot.it
da: www.pluraliweb.cesvot.it
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sabato 17 marzo 2012
Tora Tora e la conciliazione
Donne, lavoro, conciliazione: la testimonianza di Tora Tora, cooperativa sociale di Collesalvetti (Livorno).
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Collesalvetti LI, Italia
sabato 24 settembre 2011
Il meeting sul Tirreno online
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Ubicazione:
Livorno LI, Italia
martedì 7 dicembre 2010
Martinelli: La conciliazione famiglia e lavoro
da "Il Sole24ore"
La conciliazione famiglia e lavoro: una nuova cultura aziendale
Il tema della responsabilità sociale delle imprese nel nostro mondo globalizzato sta acquistando una crescente importanza. La sostenibilità dell'agire economico viene posta in primo piano. Accanto ai criteri ambientali ed altre questioni sociali, il mantenimento e l'incremento della qualità dei posti dei lavoro ne è un presupposto. Quindi l'orientamento alla famiglia come parte della responsabilità sociale diviene un tema sempre più affrontato dalle aziende.
Le risorse umane sono un elemento strategico per il successo dell'impresa, ma il conflitto tra vita professionale e vita privata spesso si traduce in stress, predisposizione alle malattie e alle assenze, minacciando il benessere delle persone e lo sviluppo dell'impresa. Non sempre le aziende sono consapevoli del fatto che, senza un corretto equilibrio tra le due sfere, difficilmente i dipendenti/collaboratori sono sereni e possono contribuire al successo del business.
In un'impresa family-friendly si viene, dunque, a creare "una situazione win-win", il che significa che tutte le parti in causa ne traggono vantaggio. Dal punto di vista delle organizzazioni, la conciliazione rappresenta non solo una questione etica ma anche un vantaggio economico che supera l'investimento necessario perché permette sia di ottenere effetti positivi sulla qualità del clima organizzativo, sull'attrattività dell'azienda nel mercato del lavoro e sulla produttività degli individui sia di raggiungere concretamente traguardi strategici quali, ad esempio, la riduzione del tasso di assenteismo e del tasso di turn-over e una crescita dei livelli di motivazione nei lavoratori.
Le imprese che investono nelle "teste" dei/delle loro dipendenti vogliono assicurarsi che queste conoscenze rimangano nella loro azienda per molto tempo. Il know-how specifico e l'esperienza di un'equipe ben rodata rappresentano un importante fattore di successo per l'impresa. Del buon personale è troppo prezioso perché lo si possa perdere. Politiche del personale del tipo "family-friendly" fanno sì che i/le dipendenti restano più a lungo fedeli all'azienda e quindi si riduce l'onere derivante dalle nuove assunzioni.
In secondo luogo, adottando misure family-friendly le imprese possono ottenere un aumento della quota di coloro che ritornano al posto di lavoro ed una riduzione della durata del congedo parentale. I sondaggi dimostrano che molte madri (e sempre più padri) desiderano riprendere il lavoro al più presto dopo il periodo di maternità/paternità. L'organizzazione flessibile degli orari di lavoro, il supporto al reinserimento dopo il congedo e lo sviluppo del personale in funzione delle esigenze familiari offrono ai collaboratori delle prospettive per il futuro ed essi si possono reinserire al meglio in base alla loro qualifica. Si riducono i costi causati dall'assunzione di personale supplementare e dalla copertura temporanea del periodo di esonero per motivi familiari.
In terzo luogo, misure finalizzate a conciliare famiglia e lavoro motivano i collaboratori e ne aumentano l'identificazione con l'impresa. Una cultura imprenditoriale orientata alla famiglia promuove un'immagine positiva dell'azienda stessa e questo contribuisce a distinguerla dalla concorrenza, creando un vantaggio competitivo, e ad essere allettante, importante soprattutto per l'acquisizione di potenziali e validi collaboratori.
La conciliazione famiglia e lavoro: una nuova cultura aziendale
Il tema della responsabilità sociale delle imprese nel nostro mondo globalizzato sta acquistando una crescente importanza. La sostenibilità dell'agire economico viene posta in primo piano. Accanto ai criteri ambientali ed altre questioni sociali, il mantenimento e l'incremento della qualità dei posti dei lavoro ne è un presupposto. Quindi l'orientamento alla famiglia come parte della responsabilità sociale diviene un tema sempre più affrontato dalle aziende.
Le risorse umane sono un elemento strategico per il successo dell'impresa, ma il conflitto tra vita professionale e vita privata spesso si traduce in stress, predisposizione alle malattie e alle assenze, minacciando il benessere delle persone e lo sviluppo dell'impresa. Non sempre le aziende sono consapevoli del fatto che, senza un corretto equilibrio tra le due sfere, difficilmente i dipendenti/collaboratori sono sereni e possono contribuire al successo del business.
In un'impresa family-friendly si viene, dunque, a creare "una situazione win-win", il che significa che tutte le parti in causa ne traggono vantaggio. Dal punto di vista delle organizzazioni, la conciliazione rappresenta non solo una questione etica ma anche un vantaggio economico che supera l'investimento necessario perché permette sia di ottenere effetti positivi sulla qualità del clima organizzativo, sull'attrattività dell'azienda nel mercato del lavoro e sulla produttività degli individui sia di raggiungere concretamente traguardi strategici quali, ad esempio, la riduzione del tasso di assenteismo e del tasso di turn-over e una crescita dei livelli di motivazione nei lavoratori.
Le imprese che investono nelle "teste" dei/delle loro dipendenti vogliono assicurarsi che queste conoscenze rimangano nella loro azienda per molto tempo. Il know-how specifico e l'esperienza di un'equipe ben rodata rappresentano un importante fattore di successo per l'impresa. Del buon personale è troppo prezioso perché lo si possa perdere. Politiche del personale del tipo "family-friendly" fanno sì che i/le dipendenti restano più a lungo fedeli all'azienda e quindi si riduce l'onere derivante dalle nuove assunzioni.
In secondo luogo, adottando misure family-friendly le imprese possono ottenere un aumento della quota di coloro che ritornano al posto di lavoro ed una riduzione della durata del congedo parentale. I sondaggi dimostrano che molte madri (e sempre più padri) desiderano riprendere il lavoro al più presto dopo il periodo di maternità/paternità. L'organizzazione flessibile degli orari di lavoro, il supporto al reinserimento dopo il congedo e lo sviluppo del personale in funzione delle esigenze familiari offrono ai collaboratori delle prospettive per il futuro ed essi si possono reinserire al meglio in base alla loro qualifica. Si riducono i costi causati dall'assunzione di personale supplementare e dalla copertura temporanea del periodo di esonero per motivi familiari.
In terzo luogo, misure finalizzate a conciliare famiglia e lavoro motivano i collaboratori e ne aumentano l'identificazione con l'impresa. Una cultura imprenditoriale orientata alla famiglia promuove un'immagine positiva dell'azienda stessa e questo contribuisce a distinguerla dalla concorrenza, creando un vantaggio competitivo, e ad essere allettante, importante soprattutto per l'acquisizione di potenziali e validi collaboratori.
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domenica 31 ottobre 2010
Foto dalla Romania
Album fotografico
collaborativo su Flickr
dal Meeting di Craiova
(Le 36 foto "italiane"- vedere didascalia - sono
di Roberto Mariotti,
che ha aperto anche una
personale Galleria,
anch'essa in Flickr)
collaborativo su Flickr
dal Meeting di Craiova
(Le 36 foto "italiane"- vedere didascalia - sono
di Roberto Mariotti,
che ha aperto anche una
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