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martedì 26 maggio 2009

Alla Gaia Scienza, il bilancio di un progetto

Leggiamo insieme, il progetto che ha visto coinvolto il Club di lettura di "Scarabeus" si è concluso con il meeting in Slovenia. Un pomeriggio nella libreria cittadina, per rendere conto di obiettivi, e modalità di realizzazione.


giovedì 14 maggio 2009

Bled (Slovenia) Consuntivo Club di lettura Scarabeus

Presentazione sull'indagine consuntiva di Scarabeus - Club di Lettura per il progetto Let's Read Together.



venerdì 8 maggio 2009

Lettura- verso la Slovenia/Piccola indagine fra amici





I componenti del gruppo di lettura riflettono
sull'attività futura, anche sulla base del questionario.



Una piccola indagine nel gruppo di Lettura, a fine di questo progetto.
Ecco i risultati, espressi in grafici.

Cliccare sulle immagini per ingrandirle.



Il progetto appare apprezzato per la ricchezza dei contenuti del dibattito.
Il punto forte è stato giudicato dal 44% dei partecipanti, l'amicizia che si è instaurata fra gli stessi.

Le proposte per il futuro si articolano tra scelta dei testi, e rotazione dei contributi. Segue la conduzione del dibattito.

Per tutti o quasi va bene la cadenza attuale, di incontri a settimane alterne.



venerdì 17 aprile 2009

Verso la Slovenia/Ispirati da Bulgakov

L'idea me l'ha fornita Rosanna, che ha trovato un blog che riporta immagini di un artista ucraino ispirate dall'opera di Bulgakokv.

Ho attivato Cooliris e registrato le immagini venute a galla casualmente.


il wiki


lunedì 6 aprile 2009

Club Lettura - Piccoli suicidi tra amici

Le prime pagine, tratte dal sito Iperborea


ARTO PAASILINNA - Piccoli suicidi tra amici
Hurmaava joukkoitsemrha
1990 - Traduzione dal finlandese di Maria Antonietta Iannella e Nicola Rainò
Postfazione di Diego Marani
I edizione: Maggio 2006
pp. 264 - Euro 14,00 - ISBN 88-7091-139-X

Le prime pagine, tratte dal sito

Il più formidabile nemico dei finlandesi è la malinconia,
l’introversione, una sconfinata apatia. Un senso di gra-
vezza aleggia su questo popolo sfortunato, tenendolo
da migliaia di anni sotto il suo giogo, tingendone lo spi-
rito di cupa seriosità. Il peso dell’afflizione è tale da
indurre parecchi finlandesi a vedere nella morte l’unico
sollievo. La malinconia è un avversario più spietato del-
l’Unione Sovietica.
Ma i finlandesi sono al tempo stesso un popolo com-
battivo. Non cedono mai. Si ribellano a ogni occasione
contro il tiranno.
San Giovanni, la festa della luce e della spensieratez-
za nel solstizio d’estate, rappresenta per i finlandesi l’oc-
casione di una lotta titanica in cui tentare, unendo le
forze, di sconfiggere la malinconia che li rode. Il paese
intero si mobilita fin dalla vigilia: non solo gli uomini
arruolabili, ma anche donne, bambini e vecchi accorro-
no al fronte. Per respingere le tenebre, immensi falò pa-
gani vengono accesi sulle rive delle migliaia di laghi del
paese. E in cima ai pennoni si issano vessilli di guerra
bianco-azzurri. Cinque milioni di guerrieri, prima della
tenzone, si rimpinzano di grasse salsicce e costolette di
maiale ai ferri. Tracannano senza scrupoli per farsi co-
raggio e, al suono della fisarmonica, le truppe marciano
all’assalto della depressione, arrivando a sopraffarla nel
corso della notte dopo una lotta senza quartiere.
Nel trambusto dei corpo a corpo i due sessi finisco-
no per incontrarsi, le donne per restare incinte. Intrepi-
di che sfrecciano sulle acque su gommoni da sbarco
vanno ad annegare nei laghi e nel mare. Si contano a
decine di migliaia i caduti tra i cespugli e in mezzo alle
ortiche, per non dire degli atti di valore e di eroico sa-
crificio. Gioia e benessere trionfano, la malinconia è re-
spinta, e la nazione, sbaragliato il cupo oppressore, può
godersi almeno una notte all’anno di libertà.
Spuntò l’alba di san Giovanni sulla riva del lago del-
l’Ebbro, nella provincia dell’Häme. Un lieve sentore di
fumo si librava ancora, residuo dei combattimenti not-
turni: il giorno prima, per la vigilia, su tutte le rive era-
no stati accesi i falò. Una rondine sfrecciava col becco
aperto a pelo d’acqua a caccia di insetti. L’aria era cal-
ma e limpida, la gente dormiva. Solo gli uccelli aveva-
no ancora la forza di cantare.
Un uomo se ne stava seduto solo sui gradini davan-
ti al suo villino, una bottiglia di birra piena in mano.
Era il direttore Onni Rellonen, età intorno ai cinquan-
ta, sul viso l’aria più lugubre di tutto il circondario. Lui
non era annoverabile tra i vincitori del combattimento
notturno: era ferito gravemente, ma non c’era ospedale
da campo in grado di apprestare i primi soccorsi al suo
cuore infranto.
Rellonen era un tipo magro, di media statura, le
orecchie piuttosto grandi e un lungo naso arrossato in
punta. Portava una camicia a maniche corte e pantalo-
ni di velluto.
Guardandolo, si poteva intuire che una volta doveva
aver celato in sé una forza esplosiva. Una volta. Era stanco,
abbattuto, segnato dalla vita. Le rughe sul volto e i capelli
diradati sul cranio erano patetiche testimonianze del cedi-
mento di fronte alla crudezza e alla brevità dell’esistenza.
Per decenni il direttore Onni Rellonen aveva sof-
ferto d’acidità di stomaco, e nelle pieghe del suo inte-
stino si era manifestato un principio di catarro. Le arti-
colazioni erano in buono stato, come pure la muscola-
tura, se si eccettua un leggero rilassamento. Il cuore di
Onni Rellonen, invece, era rivestito di grasso e aveva
un battito pesante: ormai per il suo organismo non co-
stituiva più la spinta vitale, ma piuttosto un peso, una
zavorra. C’era di che temere che si fermasse, paraliz-
zando il corpo e privando il suo proprietario delle linfe
vitali, fino a consegnarlo alla morte. Triste compenso
d’un organo interno spossato a un uomo che sul suo
cuore aveva fatto affidamento fin dal suo concepimen-
to. Lasciate che il cuore faccia una pausa, fosse anche
solo il tempo di cento battiti, tanto per riprendere fia-
to, e tutto è finito. I miliardi di battiti precedenti non
conterebbero più nulla. Così è la morte. Sono migliaia i
finlandesi che ogni anno ne fanno esperienza, e nessu-
no torna a riferire che effetto fa, alla fine.
A primavera Onni Rellonen si era messo a ripitturare i
muri esterni scrostati del suo villino, ma il lavoro era
rimasto a metà. Il barattolo di vernice era lì accanto al
basamento, e il pennello s’era indurito sul coperchio.
Rellonen era un uomo d’affari, cui qualche volta era
pure capitato di sentirsi chiamare direttore. Aveva alle
spalle diversi anni di frenetica attività, di successi iniziali
travolgenti, di scalate nel mondo della piccola industria,
di un certo numero di subalterni, di contabilità, denaro,
attività commerciali. Aveva anche fatto l’imprenditore, e
negli anni Sessanta perfino il fabbricante di lamiere. Ma
una congiuntura sfavorevole e una concorrenza feroce
avevano portato la sua società «Grondaie e Lamiere
S.p.A.» al fallimento. Che non era stato l’ultimo. Era poi
anche stato indagato per frode. L’ultima impresa in cui il
direttore Rellonen s’era buttato era stata una lavanderia
automatica, ma neppure quella aveva avuto successo:
non c’era famiglia in Finlandia che non disponesse di
una lavatrice, e chi non ce l’aveva erano quelli che dei
panni non lavati non facevano un dramma. I grandi
alberghi e le compagnie dei traghetti non si curavano di
fornirgli lavoro, che invece veniva assorbito dalle grosse
ditte, passandogli sistematicamente sotto il naso. Gli
accordi per questi ordini venivano combinati in incontri
riservati. Era stato a primavera il fallimento più recente,
dopo di che Onni Rellonen aveva sofferto di una pro-
fonda depressione.
Aveva figli già grandi, e un matrimonio a rotoli. Se
mai si lasciava andare a fare progetti per l’avvenire ed
esponeva i propositi alla moglie, nemmeno da lei rice-
veva più alcun sostegno.
“Mah!” era il commento con cui la donna lo ragge-
lava: né ripulsa né incoraggiamento, niente di niente.
Tutto appariva privo di speranza, la vita in generale, ma
soprattutto gli affari.
Fin dall’inverno il direttore Onni Rellonen aveva
covato propositi di suicidio: e non era la prima volta.
La sua voglia di vivere s’era già esaurita da tempo, e la
depressione aveva a sua volta convertito la sua sana ag-
gressività in pensieri autodistruttivi. Quanto a lui, avreb-
be già messo fine ai suoi giorni la primavera prece-
dente, all’epoca del fallimento della lavanderia, ma in
qualche modo gliene era mancata la forza.
Adesso era san Giovanni. La moglie era rimasta in
città, dicendo che non voleva rovinarsi la festa in cam-
pagna con un marito deprimente. Una sera della vigilia
in solitudine, senza falò, senza compagnia, senza futu-
ro. Niente di meglio per far felice un povero cristo.
Onni Rellonen posò la bottiglia di birra sullo scalino
e rientrò in casa. Rovistò nei cassetti del comò in camera
da letto, tirò fuori la pistola, la caricò e la fece scivolare
nella tasca dei pantaloni.
“Si vedrà”, pensò con amarezza, ma determinato.
Dopo tanto tempo aveva l’impressione di decider-
si a fare qualcosa, di metterci un po’ di slancio. Era o-
ra di dire basta a quel vivacchiare privo di senso. Un
bel punto finale a tutta l’esistenza, un punto esclamati-
vo col botto!
Il direttore Onni Rellonen si inoltrò per la ridente
campagna dell’Häme. Accompagnato dal canto degli
uccelli seguì il lungo sentiero di ghiaia, sorpassò la
casetta del vicino, poi in mezzo ai campi coltivati, oltre
un capannone per la trebbia, una stalla e una fattoria.
Dietro un boschetto si estendeva un prato, e a Rello-
nen venne in mente che sul limitare del boschetto si
trovava un vecchio fienile decrepito. Era lì che poteva
tirarsi un colpo, un posto tranquillo e un ambiente
adatto per mettere fine ai suoi giorni.
Sarebbe stato forse giusto lasciare una lettera d’ad-
dio sul tavolo di casa. Per scrivere cosa? Addio, cari
figlioli, cercate di cavarvela, papà ha preso la sua deci-
sione...? Moglie, non volermene?
Rellonen s’immaginò la reazione della donna alla
lettura di un addio del genere. Probabilmente avrebbe
commentato: “Mah!”
Dal prato saliva prepotente il profumo del secondo
fieno, mietuto il giorno prima. I contadini lavoravano
anche la vigilia di san Giovanni, le mucche non posso-
no aspettare. I calabroni ronzavano, le rondini garriva-
no sul tetto del vecchio fienile. Dal lago giungeva lo
strepitio dei gabbiani. Con il cuore raggelato, Onni Rel-
lonen avanzava verso la vecchia costruzione di legno
ingrigita, che ormai non serviva più a niente se non a
togliersi la vita. Se la trovò davanti fin troppo presto. I
suoi ultimi istanti cominciavano ad annunciarsi più
brevi di quanto non avesse immaginato.
Non se la sentì di varcare subito la porta a due bat-
tenti del fienile, spalancata davanti a lui come la gola
nera dell’inferno. Cercando senza rendersene conto la
maniera di prolungarsi la vita, decise di fare un giro
intorno alla costruzione, come un animale ferito in cer-
ca dell’ultima dimora. Attraverso una fessura delle assi
marce lanciò un’occhiata nel fienile, ed ebbe un fremi-
to. La decisione comunque era presa: non restava che
fare il giro del capannone, lanciarsi tra le braccia della
morte, premere il grilletto. Una pressione minima, un’ul-
tima transazione, ed ecco che il saldo era in pareggio,
l’ultimissimo saldo della vita e della morte. Fu scosso
da un brivido.
Ma nel fienile c’era qualcuno! Sbirciando tra le assi
intravide qualcosa di grigio, sentì ansimare. Una renna?
Un uomo? Il cuore affaticato di Rellonen trasalì di gioia.
Come ammazzarsi in un fienile davanti a un animale o,
meglio ancora, un altro essere umano? Non si può, non
è elegante.
All’interno c’era proprio un uomo, un tipo alto con
l’uniforme grigia dell’esercito. Si era inerpicato su una
catasta di pali, intento a legare una corda di nylon az-
zurra a una trave del tetto. Ben presto la fune fu salda-
mente fissata.
L’uomo stava in piedi, di profilo rispetto all’aspiran-
te suicida che lo spiava. Onni riconobbe che si trattava
d’un ufficiale dalle cuciture dei pantaloni con la pista-
gna gialla. La giubba era aperta e sulla mostrina del
bavero riconobbe tre rosette. Un colonnello.
Il direttore Rellonen sulle prime non capì che cosa
ci facesse il colonnello in quel fienile la mattina di san
Giovanni. Per quale motivo s’era messo a legare una
corda di nylon a una trave? Ma non ci mise molto a
comprenderne le ragioni. Il colonnello cominciò a fare
un cappio a un capo della corda; ma questa era scivo-
losa, come sempre le corde di nylon, e fare il nodo
risultava complicato. Il colonnello emise un ringhio
soffocato, forse una bestemmia. Le gambe sulla catasta
di pali tremavano, lo si vedeva dalla vibrazione dei
pantaloni. Alla fine riuscì a fare una specie di cappio e
se lo infilò al collo. Aveva il capo scoperto, e un milita-
re che va in giro senza il berretto non è mai un buon
segno. Ma questo era sul punto di suicidarsi, sant’id-
dio... Com’è piccolo il mondo, pensò Onni Rellonen:
nello stesso fienile si ritrovavano contemporaneamente
due finlandesi, e con la stessa crudele motivazione.
Il direttore Onni Rellonen si precipitò alla porta e
urlò all’ufficiale:
“Fermatevi, buon uomo, signor colonnello!”
L’uomo si spaventò a morte. Perse l’equilibrio, il
cappio si serrò al collo, e lui si dibatté per un attimo
appeso alla fune. Avrebbe di sicuro finito per strango-
larsi se Onni Rellonen non fosse accorso in suo aiuto.
Raccolse il colonnello tra le braccia, allentò il nodo, poi
gli batté la mano su una spalla per rassicurarlo. Il volto
dell’ufficiale era bluastro e bagnato di sudore, la corda
aveva avuto il tempo di dare una stretta violenta. Onni
Rellonen sfilò la corda dal collo del suicida e fece sede-
re lo sventurato sulla soglia del fienile. L’uomo respira-
va a fatica, il collo segnato da un solco rosso. C’era
mancato poco.
Se ne stettero così più o meno un minuto senza
dire nulla. Poi il colonnello si alzò, tese la mano e si
presentò:
“Kemppainen, colonnello Hermanni Kemppainen.”
“Onni Rellonen, piacere.”
L’ufficiale osservò che di piacere non era il caso di par-
lare, date le spiacevoli circostanze. Si augurò che il suo sal-
vatore non facesse parola ad alcuno dell’accaduto.
“Ma si figuri, sono cose che capitano”, promise Rellonen.
“A dire il vero io ero qui per la stessa faccenda”, aggiunse esi-
bendo la pistola. Il colonnello fissò a lungo l’arma carica,
prima di rendersi conto che non era più solo al mondo.


Recensioni nel sito IBS

sabato 4 aprile 2009

Presentazione navigando con Cooliris

Cooliris è un'estensione del browser Firefox, che trasforma il modo
di navigare nei siti, che lo supportano...
Ecco un esempio proprio su questo sito...



venerdì 3 aprile 2009

Verso la Slovenia/Il wiki entro fine aprile 2009


(foto di Roberto Mariotti)
clic per ingrandire

All'indirizzo:

http://scarabeus.wetpaint.com

è possibile modificare il wiki e collaborare alla relazione conclusiva, in vista del meeting che si terrà in maggio in Slovenia.


Buon lavoro e buon divertimento!


giovedì 2 aprile 2009

Club Lettura - Ed ora... Il ballo

Iréne Nèmirowsky

IL BALLO




Iréne Nèmirowsky (1903-1942) è una presenza importante di quel variopinto mondo di emigrés russi, stabilitosi a Berlino e Parigi, prima di ulteriori esodi sulle rotte della storia, dopo la Rivoluzione d'ottobre, dai cui ranghi sono uscite voci come quella di Mark Aldanov, Nina Berberova e soprattutto, ovviamente, Vladimir Nabokov. Ucraina di Kiev, figlia di un facoltoso uomo d'affari, Iréne Nèmirowsky giunse nella capitale francese, dopo un soggiorno in Finlandia, scegliendo di scrivere immediatamente nella lingua del paese di adozione, parlata fin dall'infanzia nelle famiglie facoltose nella Russia prerivoluzionaria. L'esordio con David Golder (1929) la definisce immediatamente per i suoi interessi principali: il racconto della relazione con un universo familiare claustrofobico, di difficile se non impossibile comprensione, osservato con uno sguardo acuto, di un'intensità che talvolta si fa dolorosa, in cui entrano in gioco anche considerazioni sui risvolti più amari dell'esistenza, con un'attenzione alla dimensione etica delle azioni che la apparenta talvolta a certi percorsi di François Mauriac e Georges Bernanos. Il rapporto tra il protagonista, un finanziere rovinato, e la figlia Joyce è infatti l'asse principale di questa cronaca di abiezione e di riscatto, che ha una dimensione esplicitamente autobiografica laddove l'autrice ripercorre, con le dovute differenze, la carriera del padre, un finanziere rovinato che con tenacia era riuscito a ricostituire la sua fortuna.
Grande successo, nonché immediata quanto duratura notorietà, accolse questo lavoro, come testimoniano ben due versioni cinematografiche dell'opera: una di Julien Duvivier (1930) e l'altra, forse più nota, di ambientazione statunitense, realizzata nel 1951 da Gregory Ratoff con il titolo My daughter Joy , in cui il ruolo del protagonista era magnificamente interpretato da Edward G. Robinson, a fianco di Peggy Cummins. Lo scorso anno in Francia, dove la sua notorietà con alcuni periodi di oblio non si è mai interrotta del tutto, questa autrice è stata di fatto ascritta al canone novecentesco dopo la clamorosa assegnazione del Prix Renaudot 2004, per la prima volta postumo, al notevole Suite française (Denoël), accolto anche da un grande successo di pubblico, ritratto di un mondo sull'orlo dell'estinzione, compiuto nel 1940, organizzando una materia incandescente all'interno di una sofisticata struttura musicale. La sua fama peraltro è stata ribadita anche dalla pubblicazione di un'appassionata biografia, Le mirador , firmata nel 1992 dalla figlia scrittrice, Élisabeth Gille (di lei si ricorda soprattutto il diario di malattia La crabe sur la banquette arrière , 1994), che presenta al pubblico un itinerario esistenziale abbastanza paradossale, destinato a concludersi con il gesto tragico di rifiutare la possibilità di fuga e un secondo esilio, scegliendo di prendere il treno che la porterà alla meta finale di Auschwitz, dove venne deportata malgrado la conversione al cattolicesimo avvenuta nel 1939.
In Italia la sua opera aveva suscitato tempestivamente attenzione dagli anni trenta, sull'onda di un vasto consenso internazionale, e vari suoi titoli erano stati pubblicati ( David Golder , 1932; L'affare Curilov , 1934; Il vino della solitudine , 1947), mentre per avere nuove proposte era stato necessario attendere la fine degli anni ottanta, quando Feltrinelli aveva mandato in libreria Le mosche d'autunno (1989) e una nuova versione dell'opera d'esordio (1992), seguita dalla Giuntina. Adelphi ora riprende il discorso acquisendo l'autrice nel suo catalogo (mentre si annuncia per i tipi della casa editrice una prossima versione di Suite française ), a partire da uno dei suoi capolavori, Il ballo (nella precisa traduzione di Margherita Belardetti), splendido racconto di un'adolescenza inquieta, portato al cinema nel 1931 da Wilhelm Thiele con una giovane e bellissima Danielle Darrieux, che qui debuttava.
Al centro di questa ombrosa parabola sta infatti il ritratto di Antoinette, figlia della terribile madame Kampf, moglie di un ebreo arricchito e smaniosa di affermazione sociale. La protagonista è sempre in lotta con lei che la vuole a tutti i costi confinata a un grottesco ruolo di bambina fuori tempo massimo, per evitare di dover ammettere gli anni di miseria trascorsi e potersi rifare, spietatamente, delle umiliazioni subite in precedenza. Tutta l'attenzione della seconda si concentra quindi sull'organizzazione di un grande ballo che dovrebbe consacrare il suo nuovo status confermato anche da un nuovo indirizzo prestigioso; dalla festa decide a tutti i costi di tenere lontana la rampolla, innescando una reazione catastrofica. Questa, infatti, per vendetta e approfittando di un intrigo sentimentale della schwester , non spedisce gli inviti e nessuno si presenta alla ratifica della tanto agognata promozione sociale, che diventa così uno smacco orribile sotto gli occhi di una parente povera, inopinata testimone del disastro. Le relazioni sociali risultano qui una gabbia impossibile da scardinare e nessuna comunicazione avviene tra i personaggi, se non nella dimensione di una pura e semplice funzione cerimoniale del linguaggio, proprio come avviene anche in uno dei romanzi maggiori, Il vino della solitudine , in cui la giovane protagonista Hèléne celebra violenti riti verbali per prendere le distanze dall'odio che nutre contro la madre fatua e il padre affarista.
Nella stessa direzione, sia pure con ambientazione assai diversa, va anche un'altra prosa breve di grande incisività, Un bambino prodigio (trad. di Vanna Lucattini Vogelmann, Giuntina, 1995), in cui l'ambientazione si spostava in quell'area ebraica che nell'epoca zarista, decisamente segnata da leggi antisemite, si chiamava Zona di residenza. Sulle rive del Mar Nero si svolge infatti la vita del giovane ebreo Ismael Baruch, che rifiuta drasticamente l'ubbidienza familiare, scegliendo di vivere al porto, luogo di "popoli del Levante che sapevano d'aglio, di maree e spezie, che il mare aveva raccattato da tutti gli angoli del mondo e gettato là come schiuma". Un'osteria sarà quindi il teatro della rivelazione del suo talento poetico, straziante e doloroso, che si manifesta sotto forma di canzoni d'amore disperato, amatissime da tutti gli avventori, tra cui si presenta un giorno anche un "barin", un ricco signore stregato dalle sue melodie, che sarà poi il suo tramite con una ricca principessa, eccentrica collezionista di "casi umani" che si innamorerà del ragazzo, o meglio delle sue capacità poetiche. Praticamente venduto dalla famiglia alla spietata nobildonna, il protagonista finirà suicida, dopo essersi reso conto che l'acculturazione a tappe forzate ha ucciso in lui le radici dell'esistenza stessa, in una dinamica non troppo dissimile da quella analizzata nel durissimo Il piccolo Archimede di Aldous Huxley.
Quindi, sia che parli dei salotti parigini che conosceva benissimo e che frequentava, della cosmopolita comunità ebraica di cui mette in luce anche gli aspetti più spiacevoli o dei bassifondi delle città russe, nelle opere di Nèmirowsky è evidente un'attrazione per il lato in ombra delle relazioni umane, per quella zona di non espresso e di rimosso in cui si trovano però, spesso, le più vere motivazioni dell'agire sociale. In questo dichiara senz'altro la propria influenza da Cechov, di cui declina in modo aguzzo le spietate analisi introspettive che portano alla ribalta un clamoroso teatro del desiderio, e al quale d'altra parte dedicò una biografia appassionata, La vie de Tcheckov , ultimo libro pubblicato in vita, nel 1940, che chiudeva il percorso di questa scrittrice appartata che, al di là del battage promozionale, svela un profilo sempre più nitido nel panorama novecentesco, padroneggiando perfettamente il segreto di un'ironia tagliente che non mette mai in ombra la pietas verso tutti gli aspetti dell'esistenza.
Luca Scarlini
(da L'Indice)


A VOLTE CI SONO DEI LIBRI CHE, APPENA PUBBLICATI, SFUGGONO ALLA NOSTRA attenzione, poi un libro successivo dello stesso autore risveglia la nostra curiosità, riprendiamo in mano quello che avevamo tralasciato e scopriamo un tesoro. Così è per “Il ballo” della scrittrice francese Irène Némirovsky, pubblicato per la prima volta nel 2005 e arrivato adesso alla sesta edizione, sull’onda dell’interesse suscitato dal bellissimo “Suite francese”.
“Il ballo” è un racconto lungo, che concentra in meno di cento pagine il ritratto di due personaggi, un frammento di vita, la descrizione di un ambiente. Nella scena di apertura la signora Kampf entra nella stanza dove la figlia sta studiando e quattro dettagli ci aiutano ad inquadrare la persona: la signora Kampf si sbatte alle spalle la porta in maniera così violenta da far tremare il lampadario di cristallo, si piazza davanti alla figlia a braccia conserte, la sgrida perché non si è alzata (“Hai il didietro incollato alla sedia?”), chiama ad alta voce l’istitutrice inglese solo con l’appellativo “Miss”.
E’ subito chiaro che la signora Kampf può anche essere ricca ma non è certamente raffinata. Ci viene detto dopo che, in un tempo neppure troppo lontano, il signor Kampf era prima solo un usciere di banca, poi impiegato e si era infine arricchito con delle fortunatissime speculazioni in borsa. La figlia Antoinette ha quattordici anni, l’età ingrata in cui si è goffe e si sogna l’amore e sembra irraggiungibile.
Un ballo: la signora Kampf vuole dare un ballo, inviterà duecento persone, gente che conosce a malapena, ma che importa, è gente con soldi e non interessa come li abbiano fatti (come lei e il signor Kampf del resto). Quello che importa è che vedano lo splendore della casa, dei mobili e dei soprammobili, dei gioielli. L’orchestra che suonerà e i camerieri in livrea. I piatti di ostriche e le altre prelibatezze. Verrà invitata anche l’insegnante di musica di Antoinette, perché è lei che spargerà le voci della loro grandezza fra i parenti della signora Kampf che avevano tanto disprezzato l’ebreuccio che aveva sposato. E no, Antoinette non prenderà parte al ballo, anzi, dormirà nel ripostiglio.
Queste sono le premesse, al lettore scoprire il resto di questo racconto raffinatamente delizioso in cui non succede- letteralmente- nulla e però vengono esplorati i sentimenti di ambizione (è comicamente patetica la signora Kampf che si dispera ad ogni rintocco della pendola), di gelosia (quanti anni più di Antoinette può avere la signorina inglese che si incontra con l’innamorato dopo aver accompagnato la ragazza a lezione?), di risentimento (Antoinette rimpiange i tempi in cui, prima di arricchirsi, sua madre era affettuosa con lei).
E la vendetta finale giunge quasi come una sorpresa a chi l’ha preparata con un gesto veloce. Al lettore anche immaginare il seguito- solo un paio di flash nel futuro ci riportano mozziconi di frasi di Antoinette, “Oh, ero una ragazzina terribile, sai?”.

Irène Némirovsky, Il ballo, Ed. Adelphi, trad. Margherita Belardetti, pagg. 83, Euro 7,00

Marilia Piccone 29-05-2006


(da Stradanove)

martedì 17 marzo 2009

Club Lettura - Lettere d'amore

Il nostro Roberto Vecchioni interpreta 
Todas as cartas de amor... di Pessoa









Fernando Antonio Noguero Pessoa  - Fernando Antonio Noguero Pessoa, nasce e muore a Lisbona, nel breve spazio di tempo compreso tra il 1888 ed il 1935. Molte delle sue opere (quasi tutte pubblicate dopo la sua morte) le scrìve attribuendole ai suoi eteronimi, Alvaro de Campos, Ricardo Reis, Alberto Caeiro ed altri minori. Molti si sono soffermati sulla straordinarietà di questo autore e sulla sua originalità. A noi interessa soprattutto questo suo modo di essere e di non essere, relativo alla sensazione dolorosa e stupefacente di sentirsi attori di se stessi e dei propri sentimenti, interpreti di realtà modificate e modificabili da improvvisi quanto inaspettati camb di scena su un palcoscenico in cui si susseguono maschere tragiche, poi comiche, poi ancora tragiche, ad libitum, e che mutano in misura dei nostri stessi disperati mutamenti. Ci interessano le sue "voci di dentro" attraverso le quali esprime la propria lucida inquietudine. E con Pessoa ci domandiamo se il poeta è davvero un fingitore e se è vero che "finge così completamente che arriva a fingere che è dolore il dolore che davvero sente". E poco importa se il dolore nasce dai sogni, dalla paura della follia, dalla consapevolezza della propria solitudine o dalla grande indifferenza delle stelle. È dolore, comunque.


A tutte le lettere d'amore

Tutte le lettere d'amore sono
 ridicole.
 Non sarebbero lettere d'amore se non fossero
 ridicole.
 Anch'io ho scritto ai miei tempi lettere d'amore,
 come le altre,
 ridicole.
Le lettere d'amore, se c'è l'amore,
devono essere
ridicole.
Ma dopotutto
solo coloro che non hanno mai scritto
lettere d'amore sono
ridicoli.
Magari fosse ancora il tempo in cui scrivevo senza accorgermene lettere d'amore
ridicole.
La verità  è che oggi sono i miei ricordi di quelle lettere a essere ridicoli.

(Tutte le parole sdrucciole, come tutti i sentimenti sdruccioli, sono naturalmente ridicole).



20.6.1931



DA “IL LIBRO DELL’INQUETUDINE”, Adelphi Editore
Questa è una giornata nella quale mi pesa, come un in­gresso in carcere, la monotonia di tutto. Ma la monotonia di tutto non è altro che la monotonia di me stesso. Ciascun vol­to, anche lo stesso che abbiamo visto ieri, oggi è un altro, perché oggi non è ieri. Ogni giorno è il giorno che è, e non ce n'è mai stato un altro uguale al mondo. L'identità è solo nel­la nostra anima (l'identità sentita con se stessa, anche se fal­sa), attraverso la quale tutto si somiglia e si semplifica. Il mondo è cose staccate e spigoli distinti; ma se siamo miopi, esso è una nebbia insufficiente e continua.
Il mio desiderio è fuggire. Fuggire da ciò che conosco, fuggire da ciò che è mio, fuggire da ciò che amo. Desidero partire: non verso le Indie impossibili o verso le grandi isole a Sud di tutto, ma verso un luogo qualsiasi, villaggio o ere­mo, che possegga la virtù di non essere questo luogo. Non voglio più vedere questi volti, queste abitudini e questi gior­ni. Voglio riposarmi, da estraneo, dalla mia organica simula­zione. Voglio sentire il sonno che arriva come vita e non co­me riposo. Una capanna in riva al mare, perfino una grotta sul fianco rugoso di una montagna, mi può dare questo. Pur­troppo soltanto la mia volontà non me lo può dare.
La schiavitù è la legge della vita, e non c'è altra legge per­ché questa deve compiersi, senza possibile rivolta o rifugio da trovare. Certuni nascono schiavi, altri diventano schiavi, ad altri ancora la schiavitù viene imposta. L'amore codardo che tutti noi proviamo per la libertà (libertà che, se la cono­scessimo, troveremmo strana perché nuova, e la rifiuterem­mo) è il vero indizio del peso della nostra schiavitù. Io stes­so, che ho appena detto che desidererei una capanna o una grotta per essere libero dalla noia di tutto, che poi è la noia che provo per me, oserei forse andare in quella capanna o in quella grotta consapevole che, dato che la noia mi appartie­ne, essa sarebbe sempre presente? Io stesso, che soffoco do­ve sono e perché sono, dove mai respirerei meglio se la ma­lattia è nei miei polmoni e non nelle cose che mi circondano? Io stesso, che ardentemente sogno il sole puro e i campi libe­ri, il mare visibile e l'orizzonte largo, chissà se mi adatterei al letto o al cibo o a non dover scendere otto rampe di scale per arrivare alla strada o a non entrare nella tabaccheria dell'angolo o a non scambiar il buongiorno con l'ozioso bar­biere.
Quello che ci circonda diventa parte di noi stessi, si infil­tra in noi nella sensazione della carne e della vita e, quale bava del grande Ragno, ci unisce in modo sottile a ciò che è prossimo, imprigionandoci in un letto lieve di morte lenta dove dondoliamo al vento. Tutto è noi e noi siamo tutto; ma a che serve questo, se tutto è niente? Un raggio di sole, una nuvola il cui passaggio è rivelato da un'improvvisa ombra, una brezza che si leva, il silenzio che segue quando essa ces­sa, qualche volto, qualche voce, il riso casuale fra le voci che parlano: e poi la notte nella quale emergono senza senso i ge­roglifici infranti delle stelle.
143
(219)
Sento il tempo come un enorme dolore. Abbandono sem­pre ogni cosa con esagerata commozione. La povera stanza d'affitto dove ho passato alcuni mesi, il tavolo dell'albergo di provincia dove sono stato sei giorni, perfino la triste sala d'attesa della stazione dove ho speso due ore aspettando il treno: sì, le cose buone della vita mi fanno male in modo me­tafisico quando le abbandono e penso, con tutta la sensibilità dei miei nervi, che non le vedrò ne le avrò mai più, perlome­no in quel preciso ed esatto momento. Mi si apre un abisso nell'anima e un soffio freddo dell'ora di Dio mi sfiora il volto livido.
Il tempo! Il passato! [...] Ciò che sono stato e non sarò mai più! Ciò che ho avuto, e non riavrò! I Morti! I morti che mi hanno amato nella mia infanzia. Quando li evoco la mia ani­ma si raffredda e io mi sento esiliato dai cuori, solo nella notte di me stesso, piangendo come un mendicante il silenzio sbarrato di tutte le porte.

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(476)
Ah, quale errore doloroso e crasso la distinzione che i ri-voluzionari stabiliscono fra borghesi e popolo, fra nobili e popolo, fra governanti e governati! La distinzione è piuttosto
fra adattati e disadattati: il resto è letteratura, e cattiva let­teratura. Il mendicante, se è un adattato, domani può essere re, però con ciò ha perso la virtù di essere mendicante. Ha passato la frontiera e ha perso la nazionalità.
È questo che mi consola in quest'ufficio angusto le cui fi­nestre mal lavate danno su una strada priva di allegria. Que­sto mi consola e in ciò ho come fratelli i creatori della co­scienza del mondo: il drammaturgo sbalestrato William Shakespeare, il maestro di scuola John Milton, il vagabondo Dante Alighieri, [...] e perfino, se mi è consentita la citazione, quel Gesù Cristo che non è stato niente nel mondo, tanto che la Storia dubita di lui. Gli altri sono di un'altra specie: il consigliere di Stato Johann Wolfgang von Goethe, il senatore Victor Hugo, il capo Lenin, il capo Mussolini.
Noi, nell'ombra, con i facchini e con i barbieri, costituia­mo l'umanità.
Da una parte ci sono i re, con il loro prestigio, gli impera­tori con la loro gloria, i geni con la loro aura, i santi con la loro aureola, i capi del popolo con la loro autorità, le prosti­tute, i profeti e i ricchi... Dall'altra ci siamo noi: il facchino dell'angolo della strada, il drammaturgo sbalestrato William Shakespeare, il barbiere delle barzellette, il maestro di scuo­la John Milton, il garzone della bottega, il vagabondo Dante Alighieri, coloro che la morte dimentica o consacra, o che la vita ha dimenticato e non ha consacrato.





martedì 10 marzo 2009

Club Lettura - Una follia raccontata da Zweig

Stefan Zweig
AMOK


La letteratura dell’abisso
Una novella scritta negli anni ’20 dal famoso scrittore austriaco Stefan Zweig, sulle trasformazioni psichiche dell’uomo che lo portano a compiere gesti incontrollati e tragici.
di Francesca di Mattia

(da RaiLibro)


Con la novella “Amok”, tratta dalla raccolta “Amok e altri racconti di lucida follia”, edita da Sperling & Kupfer nel 1930 e da Frassinelli nel 1992, Adelphi dà inizio alla pubblicazione di alcune fra le opere più importanti di Stefan Zweig (1881-1942), romanziere, poeta e saggista viennese di spicco a partire dagli anni Venti, uno degli autori di lingua tedesca più prolifici e maggiormente conosciuti all'estero che, esule per motivi razziali in America Latina, si tolse la vita a causa di una forte depressione.

Un ebreo austriaco che amò sempre definirsi, anticipando i tempi di un secolo, un “cittadino dell'Europa”, come scrisse nell’autobiografia “Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo” (Mondadori, 1994), scritta nel ’44 e pubblicata postuma a due anni dal suicidio, ricostruzione di una generazione e di un'epoca, ma anche grande libro di storia vissuta, acuta e dolente riflessione critica su un mondo sentito come ormai definitivamente avviato verso la catastrofe morale e politica, dopo il grande sogno - o la grande illusione - di un'Europa unificata dalla cultura e dalla tolleranza, non lacerata dalle tensioni etniche e sociali.

Un tema quanto mai attuale, che ci spinge ad approfondire la conoscenza di questo autore, per molti anni stranamente ed ingiustamente dimenticato, pur essendo in vita molto celebre: i suoi libri sono stati tradotti in cinquanta lingue e ristampati varie volte, con tirature che hanno sfiorato le 250.000 copie. Inoltre, più di venti film sono stati tratti da opere di Zweig, tra cui quello ispirato ad “Amok”, uscito nel ’27 negli Stati Uniti e nel ’34 in Francia.
Per chi conosce il tedesco, è disponibile l'opera omnia in trenta volumi, pubblicata da Fischer, Frankfurt am Main (1982-1987) nelle edizioni delle Gesammelte Werke in Einzelbänden, ma è difficile oggi trovare nelle comuni librerie le traduzioni dei suoi libri in lingua italiana.

Dunque, una scelta editoriale meritoria, quella di Adelphi, che con “Amok” – novella apparsa per la prima volta nel ’22 sulla “Neue Freie Presse” - ci porta nel labirintico mondo di ossessioni e pulsioni dell’autore, che fu anche traduttore di Baudelaire e Verlaine, e acutissimo biografo di Dostoevskij, Dickens, Balzac, Casanova, Tolstoj, Kleist, Hölderlin, Nietzsche: Zweig amava l’'accostamento, i paragoni ed il confronto fra i vari scrittori e filosofi, al fine di scandagliarne la personalità e le più intime sfumature.

Alla fine degli anni '20 collaborò con il periodico viennese "Almanacco di psicanalisi" e strinse amicizia con Freud, a cui successivamente dedicò un saggio biografico.
Il tema della psiche è ancora presente nei racconti “Sovvertimento dei sensi”, “Tramonto d'un cuore”, e “Ventiquattr'ore della vita d'una donna”, tradotti nel ‘31 da Berta Burgio Ahrens, amica palermitana dello scrittore.
E lo studio dell’animo umano torna prepotentemente in "Amok", la storia di un viaggio lungo l’Oceano Indiano, a bordo di una nave in direzione del porto di Napoli, una storia che ammalia e stordisce, una confessione simile a un delirio, la ricostruzione di un mondo coloniale che «divora l’anima e succhia il midollo dalle ossa», scatenando forze capaci di scardinare in un attimo ordinate esistenze.

Protagonista della vicenda è un medico tedesco che, dopo aver fallito la sua carriera in Germania, si trasferisce in India, e vive per anni in solitudine lavorando per le colonie. Emarginato. Alcolizzato. In preda alla nostalgia per l’Europa.
Ma poi avviene l’incontro che gli cambia la vita: un'affascinante aristocratica, rimasta incinta a causa di una relazione extraconiugale, gli chiede di farla abortire. Il medico, inspiegabilmente, le risponde con un ricatto: accetta di aiutarla, ma in cambio pretende che lei gli si conceda.

E da questo momento ha inizio un rapporto feroce, selvaggio e incontrollato tra i due, che sfocerà nella tragedia: l’uomo, infatti, viene posseduto dall’”amok”, parola malese che indica una sorta di raptus, un’ebbrezza selvaggia che conduce alla rovina chi ne è invasato: «una follia rabbiosa, una specie di idrofobia umana... un accesso di monomania omicida, insensata, non paragonabile a nessun’altra intossicazione alcolica». Nutrita dall’afa soffocante dei luoghi e dalla fragilità nervosa delle anime. Un demone perverso, che porta l'uomo e la donna ad una conclusione ineluttabile, al ritorno in un’Europa crepuscolare, lontano dalla giungla e dalla città d’acqua in cui i due hanno giocato una partita dall’esito segnato sin dal primo incontro.

Zweig analizza in modo scientifico il fenomeno, e ne fa il perno dell’intera novella; l’intreccio narrativo è un pretesto per scavare negli abissi e capire fin dove può arrivare la mente umana: "Dunque, l'amok... sì, l'amok è così: un malese, un uomo molto semplice, assolutamente bonario, si beve il suo intruglio... se ne sta lì seduto, apatico, indifferente, spento... come me ne stavo io nella mia stanza... e all'improvviso balza in piedi, afferra il pugnale è corre in strada... corre sparato come una freccia, sempre diritto, senza deflettere... senza sapere dove... Chi gli si para davanti, essere umano o animale, viene trafitto dal suo kris, e l'orgia di sangue non fa che eccitarlo maggiormente... Mentre corre, ha la schiuma alle labbra e urla come un forsennato... ma continua a correre e correre, senza guardare né a destra né a sinistra, corre e basta, con il suo urlo acutissimo, con il suo kris insanguinato, in quella rettilineità mostruosa...".

Il racconto è inquietante, torbido, morboso e carico di tensione: il convenzionale incontro tra un uomo “senza qualità” e una donna fatale ha qui sviluppi impensabili, dalla narrazione tesa e asciutta.
La crudezza sgradevole delle frasi esalta il malessere e il disagio esistenziali, senza nulla concedere all’idealismo, quell’idealismo quasi consolatorio che lo stesso Zweig ha mostrato in altre sue opere.
La vittima dell’amok, attraverso le parole dei personaggi, appare crudelmente patetica, ridicola, umiliante.
E la scrittura, appesantita talvolta da uno stile un po’ troppo fiorito, trova un meraviglioso equilibrio tra lucidità e delirio, nello sforzo di razionalizzare, raccontandolo, uno stato psichico febbrile. Forse lo stesso che ha portato l’autore a suicidarsi in Brasile anni dopo, nel clima opprimente dell’amok.

Zweig, Stefan
Amok
Adelphi “Piccola Biblioteca”, 2004
pp. 105, euro 7
Traduzione di Emilio Picco

venerdì 16 gennaio 2009

Fabrizio... un po' di tempo fa

Nancy del 1969 di L. Cohen, tradotta e cantata da Fabrizio De André.
Lo ricordiamo anche così.



mercoledì 19 novembre 2008

Club Lettura - Bulgakov, con audio e film






Lettura-ascolto de

IL MAESTRO E MARGHERITA

anche attraverso i file audio messi a disposizione da Radio 3.











Su YouTube è disponibile
il film in russo
con sottotitoli in italiano.
Questi i collegamenti, per quanto riguarda la prima parte:


prima puntata


seconda puntata


terza puntata


quarta puntata


quinta puntata


Questi i collegamenti, per quanto riguarda la seconda parte:


prima puntata




seconda puntata




terza puntata




quarta puntata




quinta puntata




Questi i collegamenti, per quanto riguarda la terza parte:


prima puntata


seconda puntata




terza puntata




quarta puntata




quinta puntata


CONTINUA...

BUONA VISIONE!


lunedì 17 novembre 2008

Club Lettura - "Amsterdam" di I. McEwan

Dopo la lettura di Amsterdam



Si è conclusa la lettura del libro di In McEwan, Amsterdam. La discussione si è svolta a casa di Anita, con la sua accogliente ospitalità. Discussione vivace e appassionata, anche con riferimenti al mondo attuale (Italia inclusa!)

Si assicura che nei bicchieri
non c'era traccia di quanto Vernon
e Clive si erano propinati a vicenda!





Ian McEwan,
Amsterdam,
Einaudi, 1998, 170 p.

Due ex amanti di Molly Lane aspettavano davanti alla cappella del cremarono dando le spalle al gelo di febbraio.

Si erano già detti tutto, ma vollero ricominciare da capo.

- Non ha neanche avuto il tempo di capire che cosa le succedeva.

- E quando l'ha capito era troppo tardi.

- Se ne è andata così in fretta.

- Povera Molly.

- Mmm.

Povera Molly. Tutto era cominciato con un formicolio mentre alzava il braccio per fermare un taxi fuori del Dorchester Grill; quella sensazione non l'aveva più abbandonata. Nel giro di qualche settimana già faticava a ricordare i nomi delle cose. Finché si trattò di parlarnento, chimica o propulsore riuscì ancora a perdonarsi, molto meno, quando toccò a letto, specchio e panna. Fu dopo la temporanea scomparsa di acanto e bresaola che decise di rivolgersi a un medico, convinta che l'avrebbe rassicurata. Invece le fu consigliato di sottoporsi a un controllo e, in un certo senso, non ne uscì più. Come aveva fatto presto quella insolente di Molly a trasformarsi nella prigioniera malata di George, marito possessivo e scontroso. Molly, critico gastronomico, fine intellettuale, fotografa, la spregiudicata floricultrice, amata dal ministro degli Fsteri, che alla bell'età di quarantasei anni riusciva ancora a eseguire perfettamente la ruota. La rapidità del suo declino nella follia e nel dolore divenne argomento di pettegolezzo generale: aveva perso il controllo delle funzioni corporali e, insieme, ogni senso dell'umorismo; si era andata spegnendo in una sorta di indeterminatezza illuminata da lampi improvvisi di vana violenza e grida soffocate.

Fu la vista di George che stava uscendo dalla cappella a far sì che gli amanti di Molly indietreggiassero un poco lungo il sentiero di ghiaia ingombro di erbacce. Si dispersero tra le aiuole ovali di rose, in quello che un cartello indicava come Giardino della rimembranza. Non c'era pianta che non fosse stata impietosamente potata a un'altezza di pochi centimetri dal terreno gelato, una pratica che Molly era solita deplorare. Il piccolo prato era lordo di mozziconi di sigaretta schiacciati, perché quello era il punto in cui la gente aspettava il proprio turno nel susseguirsi delle esequie funebri celebrate nella cappella. Passeggiando avanti e indietro, i due vecchi amici ripresero la conversazione già praticata almeno una mezza dozzina di volte e che tuttavia dava loro maggior conforto di un inno religioso.

Clive Linley aveva conosciuto Molly per primo, nel '68, quando entrambi erano studenti; insieme avevano abitato in una caotica, inquieta casa a Hampstead.

- Che fine terribile ha fatto.

Osservò il vapore del proprio fiato levarsi in alto nell'aria grigia. La temperatura registrata al centro di Londra quella mattina era di undici gradi sotto zero. Undici Sotto zero. C'era un male gravissimo al mondo del quale né Dio né la sua assenza potevano essere ritenuti responsabili. La fatale disobbedienza dell'uomo, la Caduta, una frase discendente, un oboe, nove, dieci note. Clive aveva il dono dell'orecchio assoluto e le sentì quelle note che discendevano dal sol. Non c'era bisogno di scriverle.

Proseguì: - Morire cosi, senza nemmeno rendersene conto, come un animale. Ridursi in quello stato umiliante, senza aver modo di esprimere una volontà, o almeno di salutare chi resta. Le è entrata in corpo la morte e poi..

Si strinse nelle spalle. Arrivarono alla fine del prato malridotto, fecero dietro front e ripresero a camminare.

- Si sarebbe uccisa piuttosto di finire così', - disse Vernon Halliday. Aveva vissuto con lei per un anno a Parigi, nel '74, ai tempi del suo primo impiego alla Reuters, mentre Molly lavorava per "Vogue".

- Incapace di intendere e di volere e per di più nelle mani di George, - disse Clive.

Ceorge, l'editore ricco e mesto che l'adorava e che, con grande stupore di tutti, Molly non aveva lasciato pur trattandolo sempre malissimo. Adesso lo osservavano là fuori dalla porta, nell'atto di ricevere le condoglianze da una piccola folla di persone. La morte di lei lo aveva riscattato dalla disistima generale. Sembrava quasi cresciuto di qualche centimetro, teneva la schiena dritta, gli si era abbassata la voce e nei suoi occhi avidi e servili si era accesa una nuova dignità. Dopo essersi rifiutato di ricoverarla in clinica, si era occupato personalmente di lei Ma c'era di più nei primi tempi, quando gli amici chiedevano ancora di andarla a trovare, lui li aveva selezionati con cura. Clive e Vernon li poteva vedere poco perché, secondo George, le loro visite la emozionavano per poi lasciarla depressa Altro uomo chiave a essere rigorosamente razionato fu il ministro degli Esteri. La gente incominciò a mormorare, si lessero alcune velate allusioni al caso su un paio di rubriche mondane. Poi, però, la questione cessò di fare notizia perché era corsa voce che Molly non fosse più in sé; nessuno voleva più andarla a trovare e furono tutti lieti che ci fosse George a impedirlo. Clive e Vernon comunque continuavano a detestarlo con soddisfazione.

Stavano per voltarsi un'altra volta, quando squillò il cellulare nella tasca di Vernon - il quale si scusò, si fece di lato e rallentò il passo. Dovevano esserci almeno duecento persone nella folla nerovestita davanti al crematorio, adesso. Di lì a poco sarebbe sembrato scortese non avvicinarsi per dire qualcosa a George. L'aveva avuta, finalmente, quando lei ormai non riconosceva più la sua faccia allo specchio. Sugli amori passati non c’era più niente da fare, alla fine però Molly era stata soltanto sua.

mercoledì 24 settembre 2008

Club di lettura - riunione di "ripresa attività"

Di seguito alcune foto prese durante la riunione di ripresa di attività.
Prima di leggere "Lo Straniero", abbiamo praticato "L'Ospite"...

martedì 10 giugno 2008

Let's Read Together - Video dal meeting di Livorno

Un video a ricordo di alcune fasi del meeting tenutosi a Livorno dal 28 maggio al 1 giugno 2008, con sorpresa... teatrale!


martedì 3 giugno 2008

LETTURA - Foto gruppo Meeting Livorno


La foto di gruppo: delegazioni italiana, tedesca e slovena
davanti al palazzo della provincia di Livorno.