mercoledì 25 marzo 2009

E... la pizzata finale, senza pc!



Il 31 marzo 2009 si è concluso il corso tenuto presso l'ITC Vespucci di Livorno, Laboratorio 1 e 2
destinato a persone della terza età.

Il corso si è articolato secondo il programma brevemente esposto nelle brochure già pubblicate anche in questo blog.

Alcune sere prima i corsisti hanno deciso di incontrarsi per una pizzata, in allegria.

Alcuni dei corsisti prenderanno parte ai meeting di Smirne, di Ulm, e forse anche di Telsiai.



(foto di Giuliano Falorni)
clic per ingrandire

martedì 24 marzo 2009

eLibraries - Verso il meeting di Amalfi

 Argento Scarabeus - Corso pc anziani                                                                                                                                                                                              Argento Scarabeus - Corso pc anziani            Romolo                             Un piccolo newspaper Scarabeus (Italy) su un corso d'informatica per anziani: obiettivi e descrizione                                        
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venerdì 20 marzo 2009

Come gestire il proprio blog




Aprire e aggiornare i contenuti del proprio blog è facile, ma per chi è completamente all'oscuro, alcuni passi possono rivelarsi non consueti. Vediamoli.

martedì 17 marzo 2009

Club Lettura - Lettere d'amore

Il nostro Roberto Vecchioni interpreta 
Todas as cartas de amor... di Pessoa









Fernando Antonio Noguero Pessoa  - Fernando Antonio Noguero Pessoa, nasce e muore a Lisbona, nel breve spazio di tempo compreso tra il 1888 ed il 1935. Molte delle sue opere (quasi tutte pubblicate dopo la sua morte) le scrìve attribuendole ai suoi eteronimi, Alvaro de Campos, Ricardo Reis, Alberto Caeiro ed altri minori. Molti si sono soffermati sulla straordinarietà di questo autore e sulla sua originalità. A noi interessa soprattutto questo suo modo di essere e di non essere, relativo alla sensazione dolorosa e stupefacente di sentirsi attori di se stessi e dei propri sentimenti, interpreti di realtà modificate e modificabili da improvvisi quanto inaspettati camb di scena su un palcoscenico in cui si susseguono maschere tragiche, poi comiche, poi ancora tragiche, ad libitum, e che mutano in misura dei nostri stessi disperati mutamenti. Ci interessano le sue "voci di dentro" attraverso le quali esprime la propria lucida inquietudine. E con Pessoa ci domandiamo se il poeta è davvero un fingitore e se è vero che "finge così completamente che arriva a fingere che è dolore il dolore che davvero sente". E poco importa se il dolore nasce dai sogni, dalla paura della follia, dalla consapevolezza della propria solitudine o dalla grande indifferenza delle stelle. È dolore, comunque.


A tutte le lettere d'amore

Tutte le lettere d'amore sono
 ridicole.
 Non sarebbero lettere d'amore se non fossero
 ridicole.
 Anch'io ho scritto ai miei tempi lettere d'amore,
 come le altre,
 ridicole.
Le lettere d'amore, se c'è l'amore,
devono essere
ridicole.
Ma dopotutto
solo coloro che non hanno mai scritto
lettere d'amore sono
ridicoli.
Magari fosse ancora il tempo in cui scrivevo senza accorgermene lettere d'amore
ridicole.
La verità  è che oggi sono i miei ricordi di quelle lettere a essere ridicoli.

(Tutte le parole sdrucciole, come tutti i sentimenti sdruccioli, sono naturalmente ridicole).



20.6.1931



DA “IL LIBRO DELL’INQUETUDINE”, Adelphi Editore
Questa è una giornata nella quale mi pesa, come un in­gresso in carcere, la monotonia di tutto. Ma la monotonia di tutto non è altro che la monotonia di me stesso. Ciascun vol­to, anche lo stesso che abbiamo visto ieri, oggi è un altro, perché oggi non è ieri. Ogni giorno è il giorno che è, e non ce n'è mai stato un altro uguale al mondo. L'identità è solo nel­la nostra anima (l'identità sentita con se stessa, anche se fal­sa), attraverso la quale tutto si somiglia e si semplifica. Il mondo è cose staccate e spigoli distinti; ma se siamo miopi, esso è una nebbia insufficiente e continua.
Il mio desiderio è fuggire. Fuggire da ciò che conosco, fuggire da ciò che è mio, fuggire da ciò che amo. Desidero partire: non verso le Indie impossibili o verso le grandi isole a Sud di tutto, ma verso un luogo qualsiasi, villaggio o ere­mo, che possegga la virtù di non essere questo luogo. Non voglio più vedere questi volti, queste abitudini e questi gior­ni. Voglio riposarmi, da estraneo, dalla mia organica simula­zione. Voglio sentire il sonno che arriva come vita e non co­me riposo. Una capanna in riva al mare, perfino una grotta sul fianco rugoso di una montagna, mi può dare questo. Pur­troppo soltanto la mia volontà non me lo può dare.
La schiavitù è la legge della vita, e non c'è altra legge per­ché questa deve compiersi, senza possibile rivolta o rifugio da trovare. Certuni nascono schiavi, altri diventano schiavi, ad altri ancora la schiavitù viene imposta. L'amore codardo che tutti noi proviamo per la libertà (libertà che, se la cono­scessimo, troveremmo strana perché nuova, e la rifiuterem­mo) è il vero indizio del peso della nostra schiavitù. Io stes­so, che ho appena detto che desidererei una capanna o una grotta per essere libero dalla noia di tutto, che poi è la noia che provo per me, oserei forse andare in quella capanna o in quella grotta consapevole che, dato che la noia mi appartie­ne, essa sarebbe sempre presente? Io stesso, che soffoco do­ve sono e perché sono, dove mai respirerei meglio se la ma­lattia è nei miei polmoni e non nelle cose che mi circondano? Io stesso, che ardentemente sogno il sole puro e i campi libe­ri, il mare visibile e l'orizzonte largo, chissà se mi adatterei al letto o al cibo o a non dover scendere otto rampe di scale per arrivare alla strada o a non entrare nella tabaccheria dell'angolo o a non scambiar il buongiorno con l'ozioso bar­biere.
Quello che ci circonda diventa parte di noi stessi, si infil­tra in noi nella sensazione della carne e della vita e, quale bava del grande Ragno, ci unisce in modo sottile a ciò che è prossimo, imprigionandoci in un letto lieve di morte lenta dove dondoliamo al vento. Tutto è noi e noi siamo tutto; ma a che serve questo, se tutto è niente? Un raggio di sole, una nuvola il cui passaggio è rivelato da un'improvvisa ombra, una brezza che si leva, il silenzio che segue quando essa ces­sa, qualche volto, qualche voce, il riso casuale fra le voci che parlano: e poi la notte nella quale emergono senza senso i ge­roglifici infranti delle stelle.
143
(219)
Sento il tempo come un enorme dolore. Abbandono sem­pre ogni cosa con esagerata commozione. La povera stanza d'affitto dove ho passato alcuni mesi, il tavolo dell'albergo di provincia dove sono stato sei giorni, perfino la triste sala d'attesa della stazione dove ho speso due ore aspettando il treno: sì, le cose buone della vita mi fanno male in modo me­tafisico quando le abbandono e penso, con tutta la sensibilità dei miei nervi, che non le vedrò ne le avrò mai più, perlome­no in quel preciso ed esatto momento. Mi si apre un abisso nell'anima e un soffio freddo dell'ora di Dio mi sfiora il volto livido.
Il tempo! Il passato! [...] Ciò che sono stato e non sarò mai più! Ciò che ho avuto, e non riavrò! I Morti! I morti che mi hanno amato nella mia infanzia. Quando li evoco la mia ani­ma si raffredda e io mi sento esiliato dai cuori, solo nella notte di me stesso, piangendo come un mendicante il silenzio sbarrato di tutte le porte.

245
(476)
Ah, quale errore doloroso e crasso la distinzione che i ri-voluzionari stabiliscono fra borghesi e popolo, fra nobili e popolo, fra governanti e governati! La distinzione è piuttosto
fra adattati e disadattati: il resto è letteratura, e cattiva let­teratura. Il mendicante, se è un adattato, domani può essere re, però con ciò ha perso la virtù di essere mendicante. Ha passato la frontiera e ha perso la nazionalità.
È questo che mi consola in quest'ufficio angusto le cui fi­nestre mal lavate danno su una strada priva di allegria. Que­sto mi consola e in ciò ho come fratelli i creatori della co­scienza del mondo: il drammaturgo sbalestrato William Shakespeare, il maestro di scuola John Milton, il vagabondo Dante Alighieri, [...] e perfino, se mi è consentita la citazione, quel Gesù Cristo che non è stato niente nel mondo, tanto che la Storia dubita di lui. Gli altri sono di un'altra specie: il consigliere di Stato Johann Wolfgang von Goethe, il senatore Victor Hugo, il capo Lenin, il capo Mussolini.
Noi, nell'ombra, con i facchini e con i barbieri, costituia­mo l'umanità.
Da una parte ci sono i re, con il loro prestigio, gli impera­tori con la loro gloria, i geni con la loro aura, i santi con la loro aureola, i capi del popolo con la loro autorità, le prosti­tute, i profeti e i ricchi... Dall'altra ci siamo noi: il facchino dell'angolo della strada, il drammaturgo sbalestrato William Shakespeare, il barbiere delle barzellette, il maestro di scuo­la John Milton, il garzone della bottega, il vagabondo Dante Alighieri, coloro che la morte dimentica o consacra, o che la vita ha dimenticato e non ha consacrato.





domenica 15 marzo 2009

Registrare e modificare audio con Audacity




Non volete scrivere i vostri contenuti sul web? Preferite per caso usare la voce?

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Ecco un breve video che lo descrive...


martedì 10 marzo 2009

Club Lettura - Una follia raccontata da Zweig

Stefan Zweig
AMOK


La letteratura dell’abisso
Una novella scritta negli anni ’20 dal famoso scrittore austriaco Stefan Zweig, sulle trasformazioni psichiche dell’uomo che lo portano a compiere gesti incontrollati e tragici.
di Francesca di Mattia

(da RaiLibro)


Con la novella “Amok”, tratta dalla raccolta “Amok e altri racconti di lucida follia”, edita da Sperling & Kupfer nel 1930 e da Frassinelli nel 1992, Adelphi dà inizio alla pubblicazione di alcune fra le opere più importanti di Stefan Zweig (1881-1942), romanziere, poeta e saggista viennese di spicco a partire dagli anni Venti, uno degli autori di lingua tedesca più prolifici e maggiormente conosciuti all'estero che, esule per motivi razziali in America Latina, si tolse la vita a causa di una forte depressione.

Un ebreo austriaco che amò sempre definirsi, anticipando i tempi di un secolo, un “cittadino dell'Europa”, come scrisse nell’autobiografia “Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo” (Mondadori, 1994), scritta nel ’44 e pubblicata postuma a due anni dal suicidio, ricostruzione di una generazione e di un'epoca, ma anche grande libro di storia vissuta, acuta e dolente riflessione critica su un mondo sentito come ormai definitivamente avviato verso la catastrofe morale e politica, dopo il grande sogno - o la grande illusione - di un'Europa unificata dalla cultura e dalla tolleranza, non lacerata dalle tensioni etniche e sociali.

Un tema quanto mai attuale, che ci spinge ad approfondire la conoscenza di questo autore, per molti anni stranamente ed ingiustamente dimenticato, pur essendo in vita molto celebre: i suoi libri sono stati tradotti in cinquanta lingue e ristampati varie volte, con tirature che hanno sfiorato le 250.000 copie. Inoltre, più di venti film sono stati tratti da opere di Zweig, tra cui quello ispirato ad “Amok”, uscito nel ’27 negli Stati Uniti e nel ’34 in Francia.
Per chi conosce il tedesco, è disponibile l'opera omnia in trenta volumi, pubblicata da Fischer, Frankfurt am Main (1982-1987) nelle edizioni delle Gesammelte Werke in Einzelbänden, ma è difficile oggi trovare nelle comuni librerie le traduzioni dei suoi libri in lingua italiana.

Dunque, una scelta editoriale meritoria, quella di Adelphi, che con “Amok” – novella apparsa per la prima volta nel ’22 sulla “Neue Freie Presse” - ci porta nel labirintico mondo di ossessioni e pulsioni dell’autore, che fu anche traduttore di Baudelaire e Verlaine, e acutissimo biografo di Dostoevskij, Dickens, Balzac, Casanova, Tolstoj, Kleist, Hölderlin, Nietzsche: Zweig amava l’'accostamento, i paragoni ed il confronto fra i vari scrittori e filosofi, al fine di scandagliarne la personalità e le più intime sfumature.

Alla fine degli anni '20 collaborò con il periodico viennese "Almanacco di psicanalisi" e strinse amicizia con Freud, a cui successivamente dedicò un saggio biografico.
Il tema della psiche è ancora presente nei racconti “Sovvertimento dei sensi”, “Tramonto d'un cuore”, e “Ventiquattr'ore della vita d'una donna”, tradotti nel ‘31 da Berta Burgio Ahrens, amica palermitana dello scrittore.
E lo studio dell’animo umano torna prepotentemente in "Amok", la storia di un viaggio lungo l’Oceano Indiano, a bordo di una nave in direzione del porto di Napoli, una storia che ammalia e stordisce, una confessione simile a un delirio, la ricostruzione di un mondo coloniale che «divora l’anima e succhia il midollo dalle ossa», scatenando forze capaci di scardinare in un attimo ordinate esistenze.

Protagonista della vicenda è un medico tedesco che, dopo aver fallito la sua carriera in Germania, si trasferisce in India, e vive per anni in solitudine lavorando per le colonie. Emarginato. Alcolizzato. In preda alla nostalgia per l’Europa.
Ma poi avviene l’incontro che gli cambia la vita: un'affascinante aristocratica, rimasta incinta a causa di una relazione extraconiugale, gli chiede di farla abortire. Il medico, inspiegabilmente, le risponde con un ricatto: accetta di aiutarla, ma in cambio pretende che lei gli si conceda.

E da questo momento ha inizio un rapporto feroce, selvaggio e incontrollato tra i due, che sfocerà nella tragedia: l’uomo, infatti, viene posseduto dall’”amok”, parola malese che indica una sorta di raptus, un’ebbrezza selvaggia che conduce alla rovina chi ne è invasato: «una follia rabbiosa, una specie di idrofobia umana... un accesso di monomania omicida, insensata, non paragonabile a nessun’altra intossicazione alcolica». Nutrita dall’afa soffocante dei luoghi e dalla fragilità nervosa delle anime. Un demone perverso, che porta l'uomo e la donna ad una conclusione ineluttabile, al ritorno in un’Europa crepuscolare, lontano dalla giungla e dalla città d’acqua in cui i due hanno giocato una partita dall’esito segnato sin dal primo incontro.

Zweig analizza in modo scientifico il fenomeno, e ne fa il perno dell’intera novella; l’intreccio narrativo è un pretesto per scavare negli abissi e capire fin dove può arrivare la mente umana: "Dunque, l'amok... sì, l'amok è così: un malese, un uomo molto semplice, assolutamente bonario, si beve il suo intruglio... se ne sta lì seduto, apatico, indifferente, spento... come me ne stavo io nella mia stanza... e all'improvviso balza in piedi, afferra il pugnale è corre in strada... corre sparato come una freccia, sempre diritto, senza deflettere... senza sapere dove... Chi gli si para davanti, essere umano o animale, viene trafitto dal suo kris, e l'orgia di sangue non fa che eccitarlo maggiormente... Mentre corre, ha la schiuma alle labbra e urla come un forsennato... ma continua a correre e correre, senza guardare né a destra né a sinistra, corre e basta, con il suo urlo acutissimo, con il suo kris insanguinato, in quella rettilineità mostruosa...".

Il racconto è inquietante, torbido, morboso e carico di tensione: il convenzionale incontro tra un uomo “senza qualità” e una donna fatale ha qui sviluppi impensabili, dalla narrazione tesa e asciutta.
La crudezza sgradevole delle frasi esalta il malessere e il disagio esistenziali, senza nulla concedere all’idealismo, quell’idealismo quasi consolatorio che lo stesso Zweig ha mostrato in altre sue opere.
La vittima dell’amok, attraverso le parole dei personaggi, appare crudelmente patetica, ridicola, umiliante.
E la scrittura, appesantita talvolta da uno stile un po’ troppo fiorito, trova un meraviglioso equilibrio tra lucidità e delirio, nello sforzo di razionalizzare, raccontandolo, uno stato psichico febbrile. Forse lo stesso che ha portato l’autore a suicidarsi in Brasile anni dopo, nel clima opprimente dell’amok.

Zweig, Stefan
Amok
Adelphi “Piccola Biblioteca”, 2004
pp. 105, euro 7
Traduzione di Emilio Picco

lunedì 9 marzo 2009

Numero unico "Un pc per eSenior"



Un numero unico per il corso eSenior.


esenior_scarabeus                                                                                                                                    
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