giovedì 30 aprile 2009

Effetto e-Book: La Stampa

Anche i giornali italiani si stanno spostando nell'e-book?
Proviamo...

martedì 28 aprile 2009

venerdì 17 aprile 2009

Verso la Slovenia/Ispirati da Bulgakov

L'idea me l'ha fornita Rosanna, che ha trovato un blog che riporta immagini di un artista ucraino ispirate dall'opera di Bulgakokv.

Ho attivato Cooliris e registrato le immagini venute a galla casualmente.


il wiki


lunedì 6 aprile 2009

Club Lettura - Piccoli suicidi tra amici

Le prime pagine, tratte dal sito Iperborea


ARTO PAASILINNA - Piccoli suicidi tra amici
Hurmaava joukkoitsemrha
1990 - Traduzione dal finlandese di Maria Antonietta Iannella e Nicola Rainò
Postfazione di Diego Marani
I edizione: Maggio 2006
pp. 264 - Euro 14,00 - ISBN 88-7091-139-X

Le prime pagine, tratte dal sito

Il più formidabile nemico dei finlandesi è la malinconia,
l’introversione, una sconfinata apatia. Un senso di gra-
vezza aleggia su questo popolo sfortunato, tenendolo
da migliaia di anni sotto il suo giogo, tingendone lo spi-
rito di cupa seriosità. Il peso dell’afflizione è tale da
indurre parecchi finlandesi a vedere nella morte l’unico
sollievo. La malinconia è un avversario più spietato del-
l’Unione Sovietica.
Ma i finlandesi sono al tempo stesso un popolo com-
battivo. Non cedono mai. Si ribellano a ogni occasione
contro il tiranno.
San Giovanni, la festa della luce e della spensieratez-
za nel solstizio d’estate, rappresenta per i finlandesi l’oc-
casione di una lotta titanica in cui tentare, unendo le
forze, di sconfiggere la malinconia che li rode. Il paese
intero si mobilita fin dalla vigilia: non solo gli uomini
arruolabili, ma anche donne, bambini e vecchi accorro-
no al fronte. Per respingere le tenebre, immensi falò pa-
gani vengono accesi sulle rive delle migliaia di laghi del
paese. E in cima ai pennoni si issano vessilli di guerra
bianco-azzurri. Cinque milioni di guerrieri, prima della
tenzone, si rimpinzano di grasse salsicce e costolette di
maiale ai ferri. Tracannano senza scrupoli per farsi co-
raggio e, al suono della fisarmonica, le truppe marciano
all’assalto della depressione, arrivando a sopraffarla nel
corso della notte dopo una lotta senza quartiere.
Nel trambusto dei corpo a corpo i due sessi finisco-
no per incontrarsi, le donne per restare incinte. Intrepi-
di che sfrecciano sulle acque su gommoni da sbarco
vanno ad annegare nei laghi e nel mare. Si contano a
decine di migliaia i caduti tra i cespugli e in mezzo alle
ortiche, per non dire degli atti di valore e di eroico sa-
crificio. Gioia e benessere trionfano, la malinconia è re-
spinta, e la nazione, sbaragliato il cupo oppressore, può
godersi almeno una notte all’anno di libertà.
Spuntò l’alba di san Giovanni sulla riva del lago del-
l’Ebbro, nella provincia dell’Häme. Un lieve sentore di
fumo si librava ancora, residuo dei combattimenti not-
turni: il giorno prima, per la vigilia, su tutte le rive era-
no stati accesi i falò. Una rondine sfrecciava col becco
aperto a pelo d’acqua a caccia di insetti. L’aria era cal-
ma e limpida, la gente dormiva. Solo gli uccelli aveva-
no ancora la forza di cantare.
Un uomo se ne stava seduto solo sui gradini davan-
ti al suo villino, una bottiglia di birra piena in mano.
Era il direttore Onni Rellonen, età intorno ai cinquan-
ta, sul viso l’aria più lugubre di tutto il circondario. Lui
non era annoverabile tra i vincitori del combattimento
notturno: era ferito gravemente, ma non c’era ospedale
da campo in grado di apprestare i primi soccorsi al suo
cuore infranto.
Rellonen era un tipo magro, di media statura, le
orecchie piuttosto grandi e un lungo naso arrossato in
punta. Portava una camicia a maniche corte e pantalo-
ni di velluto.
Guardandolo, si poteva intuire che una volta doveva
aver celato in sé una forza esplosiva. Una volta. Era stanco,
abbattuto, segnato dalla vita. Le rughe sul volto e i capelli
diradati sul cranio erano patetiche testimonianze del cedi-
mento di fronte alla crudezza e alla brevità dell’esistenza.
Per decenni il direttore Onni Rellonen aveva sof-
ferto d’acidità di stomaco, e nelle pieghe del suo inte-
stino si era manifestato un principio di catarro. Le arti-
colazioni erano in buono stato, come pure la muscola-
tura, se si eccettua un leggero rilassamento. Il cuore di
Onni Rellonen, invece, era rivestito di grasso e aveva
un battito pesante: ormai per il suo organismo non co-
stituiva più la spinta vitale, ma piuttosto un peso, una
zavorra. C’era di che temere che si fermasse, paraliz-
zando il corpo e privando il suo proprietario delle linfe
vitali, fino a consegnarlo alla morte. Triste compenso
d’un organo interno spossato a un uomo che sul suo
cuore aveva fatto affidamento fin dal suo concepimen-
to. Lasciate che il cuore faccia una pausa, fosse anche
solo il tempo di cento battiti, tanto per riprendere fia-
to, e tutto è finito. I miliardi di battiti precedenti non
conterebbero più nulla. Così è la morte. Sono migliaia i
finlandesi che ogni anno ne fanno esperienza, e nessu-
no torna a riferire che effetto fa, alla fine.
A primavera Onni Rellonen si era messo a ripitturare i
muri esterni scrostati del suo villino, ma il lavoro era
rimasto a metà. Il barattolo di vernice era lì accanto al
basamento, e il pennello s’era indurito sul coperchio.
Rellonen era un uomo d’affari, cui qualche volta era
pure capitato di sentirsi chiamare direttore. Aveva alle
spalle diversi anni di frenetica attività, di successi iniziali
travolgenti, di scalate nel mondo della piccola industria,
di un certo numero di subalterni, di contabilità, denaro,
attività commerciali. Aveva anche fatto l’imprenditore, e
negli anni Sessanta perfino il fabbricante di lamiere. Ma
una congiuntura sfavorevole e una concorrenza feroce
avevano portato la sua società «Grondaie e Lamiere
S.p.A.» al fallimento. Che non era stato l’ultimo. Era poi
anche stato indagato per frode. L’ultima impresa in cui il
direttore Rellonen s’era buttato era stata una lavanderia
automatica, ma neppure quella aveva avuto successo:
non c’era famiglia in Finlandia che non disponesse di
una lavatrice, e chi non ce l’aveva erano quelli che dei
panni non lavati non facevano un dramma. I grandi
alberghi e le compagnie dei traghetti non si curavano di
fornirgli lavoro, che invece veniva assorbito dalle grosse
ditte, passandogli sistematicamente sotto il naso. Gli
accordi per questi ordini venivano combinati in incontri
riservati. Era stato a primavera il fallimento più recente,
dopo di che Onni Rellonen aveva sofferto di una pro-
fonda depressione.
Aveva figli già grandi, e un matrimonio a rotoli. Se
mai si lasciava andare a fare progetti per l’avvenire ed
esponeva i propositi alla moglie, nemmeno da lei rice-
veva più alcun sostegno.
“Mah!” era il commento con cui la donna lo ragge-
lava: né ripulsa né incoraggiamento, niente di niente.
Tutto appariva privo di speranza, la vita in generale, ma
soprattutto gli affari.
Fin dall’inverno il direttore Onni Rellonen aveva
covato propositi di suicidio: e non era la prima volta.
La sua voglia di vivere s’era già esaurita da tempo, e la
depressione aveva a sua volta convertito la sua sana ag-
gressività in pensieri autodistruttivi. Quanto a lui, avreb-
be già messo fine ai suoi giorni la primavera prece-
dente, all’epoca del fallimento della lavanderia, ma in
qualche modo gliene era mancata la forza.
Adesso era san Giovanni. La moglie era rimasta in
città, dicendo che non voleva rovinarsi la festa in cam-
pagna con un marito deprimente. Una sera della vigilia
in solitudine, senza falò, senza compagnia, senza futu-
ro. Niente di meglio per far felice un povero cristo.
Onni Rellonen posò la bottiglia di birra sullo scalino
e rientrò in casa. Rovistò nei cassetti del comò in camera
da letto, tirò fuori la pistola, la caricò e la fece scivolare
nella tasca dei pantaloni.
“Si vedrà”, pensò con amarezza, ma determinato.
Dopo tanto tempo aveva l’impressione di decider-
si a fare qualcosa, di metterci un po’ di slancio. Era o-
ra di dire basta a quel vivacchiare privo di senso. Un
bel punto finale a tutta l’esistenza, un punto esclamati-
vo col botto!
Il direttore Onni Rellonen si inoltrò per la ridente
campagna dell’Häme. Accompagnato dal canto degli
uccelli seguì il lungo sentiero di ghiaia, sorpassò la
casetta del vicino, poi in mezzo ai campi coltivati, oltre
un capannone per la trebbia, una stalla e una fattoria.
Dietro un boschetto si estendeva un prato, e a Rello-
nen venne in mente che sul limitare del boschetto si
trovava un vecchio fienile decrepito. Era lì che poteva
tirarsi un colpo, un posto tranquillo e un ambiente
adatto per mettere fine ai suoi giorni.
Sarebbe stato forse giusto lasciare una lettera d’ad-
dio sul tavolo di casa. Per scrivere cosa? Addio, cari
figlioli, cercate di cavarvela, papà ha preso la sua deci-
sione...? Moglie, non volermene?
Rellonen s’immaginò la reazione della donna alla
lettura di un addio del genere. Probabilmente avrebbe
commentato: “Mah!”
Dal prato saliva prepotente il profumo del secondo
fieno, mietuto il giorno prima. I contadini lavoravano
anche la vigilia di san Giovanni, le mucche non posso-
no aspettare. I calabroni ronzavano, le rondini garriva-
no sul tetto del vecchio fienile. Dal lago giungeva lo
strepitio dei gabbiani. Con il cuore raggelato, Onni Rel-
lonen avanzava verso la vecchia costruzione di legno
ingrigita, che ormai non serviva più a niente se non a
togliersi la vita. Se la trovò davanti fin troppo presto. I
suoi ultimi istanti cominciavano ad annunciarsi più
brevi di quanto non avesse immaginato.
Non se la sentì di varcare subito la porta a due bat-
tenti del fienile, spalancata davanti a lui come la gola
nera dell’inferno. Cercando senza rendersene conto la
maniera di prolungarsi la vita, decise di fare un giro
intorno alla costruzione, come un animale ferito in cer-
ca dell’ultima dimora. Attraverso una fessura delle assi
marce lanciò un’occhiata nel fienile, ed ebbe un fremi-
to. La decisione comunque era presa: non restava che
fare il giro del capannone, lanciarsi tra le braccia della
morte, premere il grilletto. Una pressione minima, un’ul-
tima transazione, ed ecco che il saldo era in pareggio,
l’ultimissimo saldo della vita e della morte. Fu scosso
da un brivido.
Ma nel fienile c’era qualcuno! Sbirciando tra le assi
intravide qualcosa di grigio, sentì ansimare. Una renna?
Un uomo? Il cuore affaticato di Rellonen trasalì di gioia.
Come ammazzarsi in un fienile davanti a un animale o,
meglio ancora, un altro essere umano? Non si può, non
è elegante.
All’interno c’era proprio un uomo, un tipo alto con
l’uniforme grigia dell’esercito. Si era inerpicato su una
catasta di pali, intento a legare una corda di nylon az-
zurra a una trave del tetto. Ben presto la fune fu salda-
mente fissata.
L’uomo stava in piedi, di profilo rispetto all’aspiran-
te suicida che lo spiava. Onni riconobbe che si trattava
d’un ufficiale dalle cuciture dei pantaloni con la pista-
gna gialla. La giubba era aperta e sulla mostrina del
bavero riconobbe tre rosette. Un colonnello.
Il direttore Rellonen sulle prime non capì che cosa
ci facesse il colonnello in quel fienile la mattina di san
Giovanni. Per quale motivo s’era messo a legare una
corda di nylon a una trave? Ma non ci mise molto a
comprenderne le ragioni. Il colonnello cominciò a fare
un cappio a un capo della corda; ma questa era scivo-
losa, come sempre le corde di nylon, e fare il nodo
risultava complicato. Il colonnello emise un ringhio
soffocato, forse una bestemmia. Le gambe sulla catasta
di pali tremavano, lo si vedeva dalla vibrazione dei
pantaloni. Alla fine riuscì a fare una specie di cappio e
se lo infilò al collo. Aveva il capo scoperto, e un milita-
re che va in giro senza il berretto non è mai un buon
segno. Ma questo era sul punto di suicidarsi, sant’id-
dio... Com’è piccolo il mondo, pensò Onni Rellonen:
nello stesso fienile si ritrovavano contemporaneamente
due finlandesi, e con la stessa crudele motivazione.
Il direttore Onni Rellonen si precipitò alla porta e
urlò all’ufficiale:
“Fermatevi, buon uomo, signor colonnello!”
L’uomo si spaventò a morte. Perse l’equilibrio, il
cappio si serrò al collo, e lui si dibatté per un attimo
appeso alla fune. Avrebbe di sicuro finito per strango-
larsi se Onni Rellonen non fosse accorso in suo aiuto.
Raccolse il colonnello tra le braccia, allentò il nodo, poi
gli batté la mano su una spalla per rassicurarlo. Il volto
dell’ufficiale era bluastro e bagnato di sudore, la corda
aveva avuto il tempo di dare una stretta violenta. Onni
Rellonen sfilò la corda dal collo del suicida e fece sede-
re lo sventurato sulla soglia del fienile. L’uomo respira-
va a fatica, il collo segnato da un solco rosso. C’era
mancato poco.
Se ne stettero così più o meno un minuto senza
dire nulla. Poi il colonnello si alzò, tese la mano e si
presentò:
“Kemppainen, colonnello Hermanni Kemppainen.”
“Onni Rellonen, piacere.”
L’ufficiale osservò che di piacere non era il caso di par-
lare, date le spiacevoli circostanze. Si augurò che il suo sal-
vatore non facesse parola ad alcuno dell’accaduto.
“Ma si figuri, sono cose che capitano”, promise Rellonen.
“A dire il vero io ero qui per la stessa faccenda”, aggiunse esi-
bendo la pistola. Il colonnello fissò a lungo l’arma carica,
prima di rendersi conto che non era più solo al mondo.


Recensioni nel sito IBS

sabato 4 aprile 2009

Presentazione navigando con Cooliris

Cooliris è un'estensione del browser Firefox, che trasforma il modo
di navigare nei siti, che lo supportano...
Ecco un esempio proprio su questo sito...



venerdì 3 aprile 2009

Verso la Slovenia/Il wiki entro fine aprile 2009


(foto di Roberto Mariotti)
clic per ingrandire

All'indirizzo:

http://scarabeus.wetpaint.com

è possibile modificare il wiki e collaborare alla relazione conclusiva, in vista del meeting che si terrà in maggio in Slovenia.


Buon lavoro e buon divertimento!


giovedì 2 aprile 2009

Club Lettura - Ed ora... Il ballo

Iréne Nèmirowsky

IL BALLO




Iréne Nèmirowsky (1903-1942) è una presenza importante di quel variopinto mondo di emigrés russi, stabilitosi a Berlino e Parigi, prima di ulteriori esodi sulle rotte della storia, dopo la Rivoluzione d'ottobre, dai cui ranghi sono uscite voci come quella di Mark Aldanov, Nina Berberova e soprattutto, ovviamente, Vladimir Nabokov. Ucraina di Kiev, figlia di un facoltoso uomo d'affari, Iréne Nèmirowsky giunse nella capitale francese, dopo un soggiorno in Finlandia, scegliendo di scrivere immediatamente nella lingua del paese di adozione, parlata fin dall'infanzia nelle famiglie facoltose nella Russia prerivoluzionaria. L'esordio con David Golder (1929) la definisce immediatamente per i suoi interessi principali: il racconto della relazione con un universo familiare claustrofobico, di difficile se non impossibile comprensione, osservato con uno sguardo acuto, di un'intensità che talvolta si fa dolorosa, in cui entrano in gioco anche considerazioni sui risvolti più amari dell'esistenza, con un'attenzione alla dimensione etica delle azioni che la apparenta talvolta a certi percorsi di François Mauriac e Georges Bernanos. Il rapporto tra il protagonista, un finanziere rovinato, e la figlia Joyce è infatti l'asse principale di questa cronaca di abiezione e di riscatto, che ha una dimensione esplicitamente autobiografica laddove l'autrice ripercorre, con le dovute differenze, la carriera del padre, un finanziere rovinato che con tenacia era riuscito a ricostituire la sua fortuna.
Grande successo, nonché immediata quanto duratura notorietà, accolse questo lavoro, come testimoniano ben due versioni cinematografiche dell'opera: una di Julien Duvivier (1930) e l'altra, forse più nota, di ambientazione statunitense, realizzata nel 1951 da Gregory Ratoff con il titolo My daughter Joy , in cui il ruolo del protagonista era magnificamente interpretato da Edward G. Robinson, a fianco di Peggy Cummins. Lo scorso anno in Francia, dove la sua notorietà con alcuni periodi di oblio non si è mai interrotta del tutto, questa autrice è stata di fatto ascritta al canone novecentesco dopo la clamorosa assegnazione del Prix Renaudot 2004, per la prima volta postumo, al notevole Suite française (Denoël), accolto anche da un grande successo di pubblico, ritratto di un mondo sull'orlo dell'estinzione, compiuto nel 1940, organizzando una materia incandescente all'interno di una sofisticata struttura musicale. La sua fama peraltro è stata ribadita anche dalla pubblicazione di un'appassionata biografia, Le mirador , firmata nel 1992 dalla figlia scrittrice, Élisabeth Gille (di lei si ricorda soprattutto il diario di malattia La crabe sur la banquette arrière , 1994), che presenta al pubblico un itinerario esistenziale abbastanza paradossale, destinato a concludersi con il gesto tragico di rifiutare la possibilità di fuga e un secondo esilio, scegliendo di prendere il treno che la porterà alla meta finale di Auschwitz, dove venne deportata malgrado la conversione al cattolicesimo avvenuta nel 1939.
In Italia la sua opera aveva suscitato tempestivamente attenzione dagli anni trenta, sull'onda di un vasto consenso internazionale, e vari suoi titoli erano stati pubblicati ( David Golder , 1932; L'affare Curilov , 1934; Il vino della solitudine , 1947), mentre per avere nuove proposte era stato necessario attendere la fine degli anni ottanta, quando Feltrinelli aveva mandato in libreria Le mosche d'autunno (1989) e una nuova versione dell'opera d'esordio (1992), seguita dalla Giuntina. Adelphi ora riprende il discorso acquisendo l'autrice nel suo catalogo (mentre si annuncia per i tipi della casa editrice una prossima versione di Suite française ), a partire da uno dei suoi capolavori, Il ballo (nella precisa traduzione di Margherita Belardetti), splendido racconto di un'adolescenza inquieta, portato al cinema nel 1931 da Wilhelm Thiele con una giovane e bellissima Danielle Darrieux, che qui debuttava.
Al centro di questa ombrosa parabola sta infatti il ritratto di Antoinette, figlia della terribile madame Kampf, moglie di un ebreo arricchito e smaniosa di affermazione sociale. La protagonista è sempre in lotta con lei che la vuole a tutti i costi confinata a un grottesco ruolo di bambina fuori tempo massimo, per evitare di dover ammettere gli anni di miseria trascorsi e potersi rifare, spietatamente, delle umiliazioni subite in precedenza. Tutta l'attenzione della seconda si concentra quindi sull'organizzazione di un grande ballo che dovrebbe consacrare il suo nuovo status confermato anche da un nuovo indirizzo prestigioso; dalla festa decide a tutti i costi di tenere lontana la rampolla, innescando una reazione catastrofica. Questa, infatti, per vendetta e approfittando di un intrigo sentimentale della schwester , non spedisce gli inviti e nessuno si presenta alla ratifica della tanto agognata promozione sociale, che diventa così uno smacco orribile sotto gli occhi di una parente povera, inopinata testimone del disastro. Le relazioni sociali risultano qui una gabbia impossibile da scardinare e nessuna comunicazione avviene tra i personaggi, se non nella dimensione di una pura e semplice funzione cerimoniale del linguaggio, proprio come avviene anche in uno dei romanzi maggiori, Il vino della solitudine , in cui la giovane protagonista Hèléne celebra violenti riti verbali per prendere le distanze dall'odio che nutre contro la madre fatua e il padre affarista.
Nella stessa direzione, sia pure con ambientazione assai diversa, va anche un'altra prosa breve di grande incisività, Un bambino prodigio (trad. di Vanna Lucattini Vogelmann, Giuntina, 1995), in cui l'ambientazione si spostava in quell'area ebraica che nell'epoca zarista, decisamente segnata da leggi antisemite, si chiamava Zona di residenza. Sulle rive del Mar Nero si svolge infatti la vita del giovane ebreo Ismael Baruch, che rifiuta drasticamente l'ubbidienza familiare, scegliendo di vivere al porto, luogo di "popoli del Levante che sapevano d'aglio, di maree e spezie, che il mare aveva raccattato da tutti gli angoli del mondo e gettato là come schiuma". Un'osteria sarà quindi il teatro della rivelazione del suo talento poetico, straziante e doloroso, che si manifesta sotto forma di canzoni d'amore disperato, amatissime da tutti gli avventori, tra cui si presenta un giorno anche un "barin", un ricco signore stregato dalle sue melodie, che sarà poi il suo tramite con una ricca principessa, eccentrica collezionista di "casi umani" che si innamorerà del ragazzo, o meglio delle sue capacità poetiche. Praticamente venduto dalla famiglia alla spietata nobildonna, il protagonista finirà suicida, dopo essersi reso conto che l'acculturazione a tappe forzate ha ucciso in lui le radici dell'esistenza stessa, in una dinamica non troppo dissimile da quella analizzata nel durissimo Il piccolo Archimede di Aldous Huxley.
Quindi, sia che parli dei salotti parigini che conosceva benissimo e che frequentava, della cosmopolita comunità ebraica di cui mette in luce anche gli aspetti più spiacevoli o dei bassifondi delle città russe, nelle opere di Nèmirowsky è evidente un'attrazione per il lato in ombra delle relazioni umane, per quella zona di non espresso e di rimosso in cui si trovano però, spesso, le più vere motivazioni dell'agire sociale. In questo dichiara senz'altro la propria influenza da Cechov, di cui declina in modo aguzzo le spietate analisi introspettive che portano alla ribalta un clamoroso teatro del desiderio, e al quale d'altra parte dedicò una biografia appassionata, La vie de Tcheckov , ultimo libro pubblicato in vita, nel 1940, che chiudeva il percorso di questa scrittrice appartata che, al di là del battage promozionale, svela un profilo sempre più nitido nel panorama novecentesco, padroneggiando perfettamente il segreto di un'ironia tagliente che non mette mai in ombra la pietas verso tutti gli aspetti dell'esistenza.
Luca Scarlini
(da L'Indice)


A VOLTE CI SONO DEI LIBRI CHE, APPENA PUBBLICATI, SFUGGONO ALLA NOSTRA attenzione, poi un libro successivo dello stesso autore risveglia la nostra curiosità, riprendiamo in mano quello che avevamo tralasciato e scopriamo un tesoro. Così è per “Il ballo” della scrittrice francese Irène Némirovsky, pubblicato per la prima volta nel 2005 e arrivato adesso alla sesta edizione, sull’onda dell’interesse suscitato dal bellissimo “Suite francese”.
“Il ballo” è un racconto lungo, che concentra in meno di cento pagine il ritratto di due personaggi, un frammento di vita, la descrizione di un ambiente. Nella scena di apertura la signora Kampf entra nella stanza dove la figlia sta studiando e quattro dettagli ci aiutano ad inquadrare la persona: la signora Kampf si sbatte alle spalle la porta in maniera così violenta da far tremare il lampadario di cristallo, si piazza davanti alla figlia a braccia conserte, la sgrida perché non si è alzata (“Hai il didietro incollato alla sedia?”), chiama ad alta voce l’istitutrice inglese solo con l’appellativo “Miss”.
E’ subito chiaro che la signora Kampf può anche essere ricca ma non è certamente raffinata. Ci viene detto dopo che, in un tempo neppure troppo lontano, il signor Kampf era prima solo un usciere di banca, poi impiegato e si era infine arricchito con delle fortunatissime speculazioni in borsa. La figlia Antoinette ha quattordici anni, l’età ingrata in cui si è goffe e si sogna l’amore e sembra irraggiungibile.
Un ballo: la signora Kampf vuole dare un ballo, inviterà duecento persone, gente che conosce a malapena, ma che importa, è gente con soldi e non interessa come li abbiano fatti (come lei e il signor Kampf del resto). Quello che importa è che vedano lo splendore della casa, dei mobili e dei soprammobili, dei gioielli. L’orchestra che suonerà e i camerieri in livrea. I piatti di ostriche e le altre prelibatezze. Verrà invitata anche l’insegnante di musica di Antoinette, perché è lei che spargerà le voci della loro grandezza fra i parenti della signora Kampf che avevano tanto disprezzato l’ebreuccio che aveva sposato. E no, Antoinette non prenderà parte al ballo, anzi, dormirà nel ripostiglio.
Queste sono le premesse, al lettore scoprire il resto di questo racconto raffinatamente delizioso in cui non succede- letteralmente- nulla e però vengono esplorati i sentimenti di ambizione (è comicamente patetica la signora Kampf che si dispera ad ogni rintocco della pendola), di gelosia (quanti anni più di Antoinette può avere la signorina inglese che si incontra con l’innamorato dopo aver accompagnato la ragazza a lezione?), di risentimento (Antoinette rimpiange i tempi in cui, prima di arricchirsi, sua madre era affettuosa con lei).
E la vendetta finale giunge quasi come una sorpresa a chi l’ha preparata con un gesto veloce. Al lettore anche immaginare il seguito- solo un paio di flash nel futuro ci riportano mozziconi di frasi di Antoinette, “Oh, ero una ragazzina terribile, sai?”.

Irène Némirovsky, Il ballo, Ed. Adelphi, trad. Margherita Belardetti, pagg. 83, Euro 7,00

Marilia Piccone 29-05-2006


(da Stradanove)